Israele-Hamas

2 luglio 2014

Troppi particolari riguardanti l’ internazionale perdita di appeal nei confronti di Israele lasciano il campo a speculazioni, dubbi e perche’ no, alla paranoia. Campagne come BDS , considerata da Netanyahu una “minaccia strategica” o l’ iscrizione nella lista nera delle societa’ israeliane come Africa Israel Investments e Danya Cebus da parte del fondo sovrano norvegese, il piu’ importante al mondo, quello con un portafoglio di 629 mld di euro, ma anche il ritiro degli investimenti olandesi (Pggm) e l’ adozione dell’ American Studies Association di una risoluzione (febbraio) che di fatto porta alla rottura dei rapporti con le universita’ israeliane vanno ad aggiungersi al fallimento, o forse potremmo parlare di boicottaggio, l’ ennesimo, di quei negoziati che cercavano di restringere il raggio d’ azione degli abusi e dell’ arroganza del governo israeliano, che si ostina a rifiutare qualsiasi concessione, arretramento e demilitarizzazione nei territori del futuro Stato palestinese. Alain Gresh e Julien Salingue, con due bellissime pagine di giornalismo e analisi su ” Le Diplo”, nell’ edizione di giugno, quindi precedente al ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani ( ennesima vergogna e inquietante assassinio), a mio avviso, forniscono elementi utilissimi di riflessione e approfondimento che invito a prendere in considerazione a chiunque si interessi alla politica estera, magari anche per pura e semplice curiosita’. A questo proposito andrebbero valutati anche gli sviluppi mediatici del caso “SodaStream”, la sospensione di alcune forniture di sottomarini nucleari da parte della Germania, o il dibattito interno all’ Unione europea che starebbe pensando di mettere in atto alcune sanzioni nei confronti di Israele.

Intanto nel ghetto ebraico di Roma, In Via del Tempio, si abbassano le serrande per un ora in segno di lutto. La Trattoria di Giggetto, il negozio di Franco e Cristina e il Centro di Cultura ebraica vi lasciano appeso un volantino con la faccia dei tre ragazzi uccisi e l’ hashtag,‪#‎justice4ourboys‬ (Eyal Yifrah, 19 anni, Gil-Ad Shayer e Naftali Yaakov Frenkel , entrambi sedicenni).
Nel messaggio in cui esprimono il loro sentimento di lutto c’e’ gia’ anche la sentenza: la firma degli assassini e’ quella di Hamas, lo diceva ieri sera anche il TG1.

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La lettera di Manning dalla prigione militare

FORT LEAVENWORTH, Kan — Quando ho scelto di divulgare informazioni classificate nel 2010, l’ho fatto per amore verso il mio paese e senso del dovere nei confronti di tutti gli altri. Ora sto scontando una pena di 35 anni in carcere per queste divulgazioni non autorizzate.Capisco che le mie azioni possano aver violato la legge.

Tuttavia, le preoccupazioni che mi hanno motivato non sono state affatto risolte. L’Iraq e’ sull’ orlo della guerra civile mentre l’America pensa a un nuovo intervento, e proprio quel lavoro incompiuto dovrebbe dare nuova urgenza alla domanda su come i militari degli Stati Uniti controllano la copertura mediatica dalla sua lunga partecipazione in Afghanistan. Credo che gli attuali limiti sulla liberta’ di stampa e l’ eccessiva segretezza del governo rendano impossibile per gli americani cogliere appieno ciò che sta accadendo nelle guerre che noi finanziamo.

Sul flusso di notizie relative alle elezioni di marzo del 2010 in Iraq, si potrebbe ricordare che la stampa americana è stata inondata con storie che raccontavano il successo delle elezioni con aneddoti ottimisti e fotografie di donne irachene che mostravano con orgoglio le dita macchiate di inchiostro. Il senso del racconto era che gli apparati militari degli Stati Uniti erano riusciti a creare un Iraq stabile e democratico.

Quelli che come me erano in Iraq rimanevano profondamente consapevoli di come la realtà fosse ben più complicata.

Relazioni diplomatiche e militari arrivavano sulla mia scrivania con i dettagli delle brutali repressioni contro i dissidenti politici da parte del ministero iracheno e della polizia federale agli ordini del primo ministro al-Maliki. I detenuti erano spesso torturati, o addirittura uccisi.
All’inizio di quell’anno, ho ricevuto l’ordine di indagare su 15 individui che la polizia federale aveva arrestato sospettandoli di produrre articoli di stampa caratterizzati da “letteratura anti-irachena.” Ho imparato che questi individui non avevano assolutamente legami con il terrorismo; la loro attivita’ divulgativa consisteva in una critica erudita dell’ Amministrazione del Signor Maliki. Ho inoltrato questa constatazione all’ufficiale di comando a Baghdad orientale. Mi ha risposto che lui non ha bisogno di queste informazioni e che invece io dovrei aiutare la polizia federale a localizzare i posti esatti in cui si produce la stampa più “anti-irachena”.

Rimasi abbastanza colpito dalle complicità dei nostri militari nella corruzione di quelle elezioni, e anche da come i dettagli piu’ preoccupanti riuscirono a passare invisibili sotto il radar dei media americani (…)

Non era la prima e neanche l’ultima volta che mi sentivo costretto a mettere in discussione il modo in cui avevamo condotto la nostra missione in Iraq. Noi analisti di intelligence cosi come gli ufficiali ai quali facevamo riferimento, abbiamo avuto accesso naturalmente a una panoramica completa della guerra che pochi altri avevano. Come era possibile per i membri del Congresso americano commentare pubblicamente, o addirittura supportare il conflitto quando non conoscevano neanche la metà della storia?

Tra i tanti rapporti giornalieri che ricevevo via email, mentre lavoravo in Iraq nel 2009 e nel 2010 c’erano anche alcuni report provenienti dai briefing interni sulla missione americana in Iraq. Uno dei miei compiti abituali era di fornire sintesi leggere dal comando di Baghdad orientale, fornendo descrizioni di ogni materia trattata completando l’analisi con attivita’ di intelligence locale.

Più mi occupavo di questi confronti giornalieri tra la notizie che arrivavano negli Stati Uniti e i report militari e diplomatici di cui mi occupavo in quanto analista, piu’ mi rendevo conto di quanto fossero in contrasto con le solide sfumatature dei briefing che avevamo creato sul terreno. Le notizie disponibili al pubblico venivano inondate di semplificazioni e speculazioni nebulose.

Un indizio su questa disgiunzione giaceva nei report di affari pubblici. Nella parte superiore di ogni briefing era scritto il numero di giornalisti embedded connessi all’unità militare americana di riferimento presso la relativa zona di combattimento. In tutta la mia attivita’ non ho mai visto quella lista andare sopra il 12. In altre parole, in tutto l’ Iraq, che comprendeva 117.000 truppe degli Stati Uniti e 31 milioni di persone, non più di una dozzina di giornalisti americani coprivano le operazioni militari.

Il processo di limitazione dell’accesso di stampa in un conflitto inizia quando un reporter si applica per incorporare quello stato (embedded, ndr). Tutti i giornalisti vengono scrupolosamente controllati dai funzionari militari. Questo sistema è tutt’altro che imparziale. Non sorprende il fatto che i giornalisti che avevano piu’ rapporti con i militari avessero maggiori probabilita’ di accesso.

Meno nota è la storia dei giornalisti che i contractors militari sceglievano sulla base dei loro trascorsi e le relative segnalazioni, considerandoli in grado di produrre copertura”favorevole”. Questo privilegio comprendeva il voto assegnato a ciascun richiedente accredito e veniva utilizzato per escludere quelli giudicati in grado di produrre copertura critica.

I reporters che riuscivano ad ottenere lo status di embedded in Iraq erano poi obbligati a firmare un accordo di “regole mediatiche”. Alcuni funzionari dell’esercito hanno dichiarato che questo serviva a garantire la sicurezza delle operazioni, bisogna dire pero’ che questo sistema gli permetteva di confezionare i report interni senza prevedere nessuna replica.

Ci sono stati numerosi casi di reporter sospesi a causa di segnalazioni critiche. Nel 2010, al giornalista di Rolling Stone Michael Hastings e’ stato ritirato l’ accredito dopo una segnalazione dell’amministrazione Obama da parte del generale Stanley A. McChrystal e del suo staff in Afghanistan. Un portavoce del Pentagono dichiaro’ in quella circostanza che ” Essere embedded e’ un privilegio e non un diritto”.

Se un giornalista viene escluso da questo stato di appartenenza finisce nella lista nera. Questo programma che limita l’accesso alla stampa è stato contestato in tribunale nel 2013 da un reporter freelance, Wayne Anderson, che sosteneva di aver sempre rispettato le regole quando venne estromesso dalla sua attivita’ in seguito alla pubblicazione di report negativi sul conflitto in Afghanistan. La sentenza sul suo caso ha confermato la posizione dei militari e cioe’che non esiste protezione costituzionalmente garantita per rivendicare il diritto di essere un giornalista embedded.

Il programma reporter embedded, che continua in Afghanistan e dovunque gli Stati Uniti inviano le proprie truppe, e’ stato profondamente segnato, e si e’ sviluppato sulla base dell’esperienza vissuta durante la guerra in Vietnam dove la copertura mediatica era in grado di incidere spostando di molto il giudizio dell’ opinione pubblica.
I “controllori ai varchi” hanno troppo potere i giornalisti temono naturalmente che i loro accrediti vengano ritirati, così tendono ad evitare le segnalazioni critiche che potrebbero far alzare bandiere rosse.

Il programma esistente crea competizione tra i giornalisti per l’ “accesso speciale” a questioni vitali della politica estera e interna. Tutto cio’ spesso rende la persona che dovra’ decidere molto lusingata.
Il risultato è che l’accesso del pubblico americano ai fatti è inesistente, questo non lascia loro alcun modo per valutare la condotta dei funzionari americani.

I giornalisti hanno un ruolo importante nel chiedere le riforme necessarie. Il grado di “favorito” in base alle precedenti esperienze non dovrebbe costituire un fattore. La trasparenza dovrebbe essere garantita da un corpo esterno.Una Commissione indipendente composta da membri del personale militare, veterani, civili del Pentagono e giornalisti potrebbero bilanciare la necessità del pubblico di accedere alle informazioni con l’esigenza di mantenere la sicurezza operativa.

I giornalisti dovrebbero avere accesso tempestivo alle informazioni. I militari potrebbero fare molto di più per consentire la rapida declassificazione delle informazioni che non mettono a repentaglio le missioni militari. Significative relazioni di attività militari ( Significant Activity Reports) ad esempio, possono fornire una panoramica veloce di eventi come gli attacchi e le vittime. Spesso vengono classificati per impostazione predefinita, questo potrebbe aiutare i giornalisti a riferire i fatti con piu’ precisione.

Sondaggi di opinione indicano che la fiducia degli americani nei loro eletti ga raggiunti un record negativo. Migliorare l’accesso dei media a questo aspetto cruciale della nostra vita nazionale — dove l’America ha impegnato gli uomini e le donne delle sue forze armate— sarebbe un grande passo verso il ristabilimento della fiducia tra gli elettori e i funzionari.
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Chelsea Manning
traduzione a cura di e

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Guantanamo: Il Congresso critica Obama

 

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QATAR – Doha. 03/06/14. L’Arabian Business ha pubblicato un articolo in cui ha commentato la questione e il ruolo del Qatar nel rilascio dei 5 prigionieri detenuti a Guantanamo in cambio del rilascio del soldato americano.

Dopo aver giocato un ruolo critico nella scambio di prigionieri che ha permesso di liberare l’ultimo soldato americano tenuto prigioniero in Afghanistan, il Qatar affronta un nuovo esame da parte degli Stati Uniti, ovvero se intende o meno imporre restrizioni sui cinque combattenti talebani liberati.

Le preoccupazioni sul ruolo dell’emirato del Golfo come ponte tra Washington e il mondo dell’Islam radicale sono state espresse da funzionari dell’intelligence americana e consulenti del Congresso. Ma la Casa Bianca dice di aver ricevuto assicurazioni «molto specifiche» dal Qatar sulle condizioni in cui verranno tenuti sotto controllo i cinque Afghani per le quali è convenuto accettare.

«Ho poca fiducia nelle garanzie di sicurezza per quanto riguarda il movimento e le attività dei leader talebani ora sbloccati e ho ancora meno fiducia nella volontà di questa amministrazione per garantire che siano applicate», ha detto Mike Rogers, presidente repubblicano della commissione Servizi Segreti della Camera.

Il sergente Bowe Bergdahl, 28, è stato rilasciato sabato scorso dopo essere stato trattenuto per cinque anni dai talebani, in cambio di cinque prigionieri detenuti nel carcere militare statunitense di Guantanamo Bay, a Cuba. Gli uomini, inclusi l’ex vice ministro della Difesa talebano Mohammad Fazl.

I cinque rilasciati, ora si trovano ad affrontare un divieto di viaggio di un anno in Qatar, secondo i funzionari degli Stati Uniti e del Qatar.

Due funzionari Usa hanno detto che il Dipartimento di Stato e le agenzie di intelligence statunitensi hanno espresso scetticismo in passato circa l’impegno di Qatar a vigilare militanti immesse in loro custodia. «Da quando abbiamo scoperto questi trasferimenti, i membri del Congresso hanno avuto serie preoccupazioni sulla base di valutazioni di intelligence e performance passate del Qatar», ha detto un investigatore del Congresso che non era autorizzato a commentare pubblicamente sulla questione.

Le preoccupazioni del Dipartimento di Stato circa la supervisione del Qatar di militanti liberati sono stati dettagliati in un report diplomatico del febbraio 2009 da parte dell’ambasciata americana a Doha, capitale del Qatar, citando il caso di Jarallah al- Marri, un ex detenuto di Guantanamo rilasciato al Qatar nel luglio 2008.

Nel report l’ambasciata degli Stati Uniti ha criticato il Qatar per non aver seguito nei fatti le promesse fatte su Bar Al Marri di lasciare il Qatar, sottolineando che in realtà questi ha fatto due viaggi in Gran Bretagna dopo il suo rilascio da Guantanamo, e che durante la sua seconda visita, all’inizio del 2009, le autorità britanniche lo arrestarono.

L’ambasciata del Qatar a Washington si è rifiutato di rispondere a una richiesta sul dettaglio delle assicurazioni “precise” sulle restrizioni che i cinque talebani rilasciati aseguiranno. La Casa Bianca ha difeso la sua decisione di liberare i detenuti talebani in Qatar. Spiegando che la politica del governo degli Stati Uniti proibisce negoziati diretti con i terroristi. Per evitare accuse di farlo, il presidente Barack Obama ha chiesto di mediare attraverso il Qatar. Le trattative sono state fatte in Qatar dove sono arrivati i leader talebani a partire dal 2010.

Tra gli oggetti della trattativa anche il divieto dei talebani di rilasciare dichiarazioni.

 

<< Antonio Albanese, advisory council member presso ECIPS – European Centre for Information Policy and Security. Editor in chief presso AGC Communication

 

 

La storia dell’ As Roma in mostra a Testaccio

La storia dell' As Roma in mostra. ( ho fotografato alcuni articoli incredibili!)

“..Informare direttamente e con precisione tutti coloro che si interessano alle sorti della nostra associazione con chiarezza di fini e purita’ di mezzi nello interesse dello sport e secondo i dettami della disciplina fascista. “

Il Consiglio Direttivo

gratuito per i soci il primo numero dell’ As Roma nasce l’ 8 dicembre 1931 per presentare il derby del giorno successivo ( vinto dai giallorossi per 2-0 con reti di Volk ed Eusebio)

Collezione Pescatore

- Immagini e didascalie tratte dalla mostra “Roma Ti Amo” allestita in febbraio presso lo spazio espositivo “Factory Pelanda”, all’ interno dell’ ex mattatoio di Testaccio -

Il Calcio italiano tra violenza e caos mediatico

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“Cogito, condivido, dunque sono.”

La giornata di sabato per i sostenitori del Napoli era cominciata in maniera anomala già’ dall’arrivo a Roma. Il racconto che raccolgo da Salvatore, ex appartenente ai Fedayn napoletani passato poi tra le file dei Mastiffs-1991 lascia piuttosto sconcertati, ci si chiede come sia stato possibile per la questura di Roma organizzare l’accoglienza dei tifosi partenopei in maniera cosi’ superficiale. Tutte le risposte, o le speculazioni appaiono lecite.

Una volta usciti a Roma-est, come da comunicato della questura, non era presente alcuna indicazione segnaletica per il parcheggio di Saxa Rubra, questo per molti tifosi azzurri ha significato girovagare per quasi un’ora fino ad arrivare al parcheggio ormai pieno. A fornire informazioni sul posto 2 vigili urbani, paletta alla mano indicano di proseguire tenendo la sinistra. Dopo una decina di minuti il codazzo di automobili incrocia una pattuglia della polizia che li invita a continuare sulla Flaminia, in direzione del parcheggio di Tor di Quinto, li due macchine dei vigili urbani gestiscono il traffico, e i ragazzi possono finalmente parcheggiare le proprie automobili. I 3 km che li separano dallo stadio Olimpico li percorreranno a piedi, nessuna navetta e’ stata predisposta, niente controlli ne auto della polizia durante il percorso. Particolare interessante, soprattutto se si tiene conto della rivalita’ non piu’ sportiva, divenuta ormai vero e proprio odio razziale tra le due tifoserie, e forse anche le minacce dei giorni precedenti sui social e nei forum della galassia ultras sono state sottovalutate. I tifosi napoletani vengono lasciati passeggiare nella tana del lupo senza un minimo di precauzioni durante il tragitto che li portera’ fino allo stadio. Nei minuti successivi proprio dietro quella strada a ridosso del Tevere, vicino al locale Ciak Village – come documentano anche alcuni video amatoriali – avverranno degli scontri piuttosto violenti, durante i quali saltera’ fuori una semiautomatica calibro 7,65 con matricola abrasa. Le ricostruzioni ufficiali a mezzo stampa affidate al capo della DIGOS romana Diego Parente raccontano i fatti definendoli frutto di “una dinamica semplice quanto folle” e che Daniele De Santis ex capo ultras giallorosso dei BOYS ribattezzato non si sa bene da chi “Gastone” avrebbe agito da solo esplodendo 4 colpi prima che la pistola si inceppasse. A farne le spese Ciro Esposito (25) colpito al torace, Alfonso Esposito(43) e Gennaro Fioretti. Nello stesso ospedale ( (Villa S. Pietro) dove e’ ricoverato in gravi condizioni il giovane di Scampia, Ciro, fino a ieri c’era anche De Santis,
presidiato e accusato di tentato omicidio. In queste ore e’ stato trasferito in un altro ospedale, “un posto sicuro”, sottoposto l’ esame STUB (evoluzione del guanto di paraffina) che avrebbe dato esito negativo. Adesso verra’ analizzata la Beretta ritrovata nel cestino dei rifiuti del Ciak, dove la signora Baglivo dopo aver soccorso De Santis l’ avrebbe nascosta per paura di ritorsioni.
Sulla dinamica esatta dei fatti c’e’ ancora molta nebbia, in particolare anche sull’arma da fuoco ( dichiarazioni differenti della Digos) sull’ipotesi dell’agguato premeditato ed eventualmente sui partecipanti. Testimoni oculari riferiscono della presenza di almeno un paio di persone che indossavano caschi neri , mentre per le forze dell’ ordine De Santis avrebbe agito da solo.
L’ intervista di Daniela De Crescenzo del Mattino di Napoli a Gennaro De Tommaso (“a carogn”) conferma in maniera abbastanza chiara che le ricostruzioni compulsive dei tanti giornalisti, influencers, commentatori e telecronisti interpreti di immagini costituiscono un falso informativo piuttosto grezzo.
Sul tema sono stati scritti più’ o meno volontariamente e in preda a raptus articoli mirabolanti e post speso vuoti di contenuti utili.
Arrivera’ il giorno in cui sara’ invece utile a tutti, soprattutto a chi scrive soffermarsi a riflettere sulla pessima abitudine di travisare, di reinterpretare a proprio piacimento e in maniera frettolosa certi fatti di cronaca solo per poter dire “l’avevamo previsto”, o magari semplicemente per aumentare i propri consensi virtuali.
Il giornalismo dovrebbe funzionare in maniera differente, la cronaca non puo’ essere fatta utilizzando tutti la stessa identica immagine di un capoultra’ a cavalcioni sul cancello della curva. Le immagini formano le idee, ma purtroppo in questo passaggio all’ informazione condivisa alcuni giornalisti e intellettuali come Andrea Scanzi preferiscono raccogliere il malcontento e cavalcarlo per poterlo mettere in prosa attraverso articoli e post che difficilmente risulteranno utili a far luce sui fatti, anzi, spesso capita che la fretta di condividere porti a interpretazioni e riletture poco precise. La narrazione appare alterata dalle oscillazioni degli stati d’animo. Forse ogni tanto non sarebbe male interrompere questa narrazione quotidiana per tornare a scrivere quei libri spassosi sul vino, o sulla psicologia dei cani. Avremmo tutti un’ occasione in più’ per poter ricordare col sorriso e un po’ di sana meditazione le sue incursioni nelle cantine delle Langhe piemontesi, quando ci raccontava di certi pregiatissimi rossi, quando contestava i nuovi baroni del vino. Quando si occupava di quello che sa fare meglio, lo scrittore. Oppure puo’ continuare a scrivere su tutto quello che accade, magari senza alzare tropo il gomito.

Sul tema carogna-gastone-pallottole impazzite i fatti sono passati in secondo piano, impostando il racconto in base all’ immagine piu’ diffusa, questa volta era il volto poco rassicurante di uno che porta quel soprannome li.
Si dice che a’carogn sia figlio di un esponente del clan camorrista dei Nisso, nel rione Sanita’, e cosi’ il pensiero viene subito veicolato attraverso le connessioni semplici, e proprio in quell’ istante il “virus della condivisione” prende il sopravvento nella sala dei comandi. Immagine, slogan, timbro, in una frazione di secondo e’ tutto pronto..vediamo chi arriva primo.

Sono interessanti questi nuovi meccanismi, ma occorre tornare a rileggere con calma questa storia, ognuno per conto proprio, perche’ non sembra essere andata esattamente come ce l’ hanno raccontata nelle prime battute i grandi pensatori. Andando a raccogliere pezzi finiti talmente lontano da rendere bene l’ idea della deflagrazione, l’ unico che in fondo da questa storia ne e’ uscito a testa alta, sembra proprio lui, Genny a carogna.

Tra i primi ad arrivare in soccorso al giovane Ciro, cosi’ come emerge da alcune foto di agenzia e dalla voce dei parenti del ragazzo. Seduto, a volto scoperto sulla ringhiera della curva riesce a tenere a bada un esercito tra i piu’ scalmanati e pericolosi della tifoseria italiana, il capo ultras dei Mastiffs-1991 oggi rappresentante dell’ intera Curva A ha avuto la capacita’ di mantenere piu’ o meno tranquilli i piu’ esagitati, almeno nei 90 minuti piu’ ritardo del match, eccezion fatta per alcune bombe carta finite addosso ai vigili del fuoco, ma considerate le voci che circolavano in quei minuti sulle sorti del ragazzo in ospedale (qualcuno gia’ speculava sul fatto che fosse morto), possiamo dire che l’ autogestione della curva, fino al fischio finale, ha retto, spostando l’ attenzione sull’inadeguatezza e l’ipocrisia dei governanti della politica,dello sport e di chi si occupa di ordine pubblico in Italia. Sarebbe potuta finire ancora peggio, se consideriamo fattori importanti quali l’odio tra le tifoserie, il risentimento per quanto accaduto, e il sopraggiungere di desideri di vendetta immediata. E invece come spesso accade in Italia il trofeo del peggiore finisce nelle mani degli inutili e grotteschi uomini di cartone seduti nelle tribune d’onore per loro gratuite.

A pochi giorni di distanza da quella che doveva essere una festa, ora che finalmente il sangue ha rallentato la sua corsa, l’ eco delle bombe carta e degli spari e’ svanito, qualcuno comincia a indietreggiare, a riflettere sul fatto che in fondo “a’ carogn” non ha deciso nulla perche’ se come dichiara un responsabile della polizia “La riduzione e la prevenzione del danno” è una regola dell’ordine pubblico, allora non era poi cosi’ una cattiva idea andare a tastare il polso della curva parlando con il suo rappresentante e offrendo rassicurazioni sulle condizioni di vita di uno di loro. Cosa sarebbe potuto accadere se il match fosse stato sospeso?

Il mondo ultras fatto di schieramenti, gemellaggi inossidabili, infiltrazioni politiche di tornaconto e sorveglianza diventa sempre piu’ uno strumento di controllo sociale, mai veramente approfondito. Le istituzioni se lo volessero veramente potrebbero smetterla di reprimere, ghettizzare e profilare, se avessero sul serio a cuore l’ armonia e la gioia dello sport, e non solamente gli interessi diretti e indiretti derivanti da questo sport drogato potrebbero mettere in piedi non trattative, ma civili incontri di pace tra queste fazioni ormai degenerate nella guerra fratricida. E invece no, meglio il tutti contro tutti dove ogni tanto ci si incontra, dove si promuovono liste elettorali, come nel caso del “Popolo della Vita-Trifoglio” legato ai Boys e al presunto sparatore “Gastone”che proprio grazie agli ambienti della destra della Curva Sud romana portarono utili consensi all’ex sindaco Alemanno. Chissa’ se anche in quel caso ci fu scambio di doni. Daniele De Santis, quello che riusci’ a bloccare un derby nel 2008 scendendo addirittura in campo, ordinando a Francesco Totti di non giocare perche’ le guardie avevano ucciso un bambino fuori dallo stadio, notizia rivelatasi priva di fondamento, pilotata non si sa da chi ne per quale motivo. Lo Sbroccato di Monteverde come lo definisce qualcuno, quello che minacciava Franco Sensi per avere biglietti gratis.
Vale la pena di fermarci per il momento, in chiusura, sul messaggio che passa da una scritta sulla maglia degli ultras: “Speziale libero”. Le tifoserie chiedono la revisione del processo ad Antonino Speziale, accusato della morte dell’ ispettore Raciti. Il ragazzo dal carcere di Agrigento dove e’ rinchiuso con l’accusa omicidio preterintenzionale, condannato a 8 anni, ieri continuava a dirsi innocente e dispiaciuto per la famiglia Raciti.
Intanto sulle tv italiane un sempre piu’ impresentabile Giletti ieri raccontava che “Speziale ha confessato l’ omicidio”, tra lo stupore di qualche telespettatore.
Il caos mediatico.
Agli atti resta la deposizione di un collega di Raciti, l’ autista del Discovery che dichiaro’ che quel giorno durante gli scontri feroci di Catania mentre faceva manovra per evitare che il mezzo prendesse fuoco senti’ un botto, e girandosi verso sinistra vide il corpo dell’ ispettore Raciti riverso sull’ asfalto. Per la storia giudiziaria invece fu proprio Speziale con un lavandino divenuto poi lamiera a spappolargli il fegato causandone la morte. Giuseppe Lipari, avvocato di Antonino Speziale ritiene che Raciti rimane un eroe morto per causa di servizio, ma condannare un capro espiatorio non e’ giusto. “Purtroppo in Italia non e’ la prima volta che succede”

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Victoria Park 6/5/14

Obama lascia tutto in mano alla NSA..

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Tra le decisioni rese pubbliche a margine dei lavori che hanno riunito le agenzie di Intelligence americana e il Comitato Consultivo Presidenziale del sig. Barack Obama – dove gli animi erano piuttosto riscaldati – sicuramente a livello mediatico ha avuto un buon riscontro la decisione di rivelare in futuro gli eventuali difetti che le agenzie come la NSA riusciranno a scovare all’ interno dei vari software , in maniera da tutelare la privacy degli utenti ed evitando di nascondere queste anomalie per continuare a raccogliere ovunque i dati personali e i contenuti delle comunicazioni private allo scopo di spiare, alimentare il business dei megadati o portare cyberattacchi ai paesi concorrenti.

Quello che invece non e’ emerso dalle esternazioni del presidente americano sono le eccezioni riguardanti la necessita’ di rafforzare le leggi sulla sicurezza nazionale, stando almeno a quanto riferiva un ufficiale americano lo scorso sabato. In pratica si garantira’ una scappatoia alla NSA per continuare a fare cio’ che ormai fa da tempo, e cioe’ sfruttare quei “difetti” che loro stessi hanno creato appositamente per poter violare la crittografia. Dopotutto la NSA ha contribuito alla scrittura degli standard di sicurezza dei principali software statunitensi ed e’ anche per questo che hanno vita facile nel costruire di volta in volta nuove armi informatiche.

Va detto che la Casa Bianca al termine dei lavori non ha mai pubblicato i dettagli delle decisioni prese, limitandosi a recepire le raccomandazioni della commissione in risposta alle pressioni dell’ opinione pubblica mondiale sullo scandalo relativo alle attivita’ di sorveglianza della Nsa che coinvolgono anche il GCHQ britannico e gli altri tre paesi coinvolti nel cosiddetto “Five Eyes”, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Negli utimi file consegnati da Edward Snowden al Guardian e al Washington Post, che proprio pochi minuti fa hanno ricevuto il prestigioso Pulitzer grazie al lavoro svolto sulla vicenda “Datagate” si parlava anche di quella parte del programma PRISM denominata “Bullrun” dagli statunitensi (per gli inglesi “Hedgehill, entrambi i nomi derivano da operazioni di vecchie battaglie di guerra), e i danni che oggi vengono attribuiti al bug “Heartbleed” erano gia’ documentati in quei file…Curioso che l’ amministrazione americana venerdi’ scorso negava addirittura di esserne mai stata a conoscenza e di averlo saputo solo poche settimane fa.

Nel frattempo milioni di utenti di dropbox, okcupid, soundcloud ed altri siti internet sono stati invitati la scorsa settimana a modificare le loro password nel bel mezzo del piu’ totale caos digitale. Caitlin Haiden, portavoce della NSA ha scritto in una delle sue supercazzole che le
revisioni della commissione presidenziale adesso sono complete, l’ Agenzia ha trovato il modo di controbilanciare la necessita’ di divulgare le falle dei sistemi di sicurezza dei software con l’ esigenza di mantenere segrete le scoperte che verranno utilizzate, in futuro, dalla comunita’ di intelligence. Obama ha semplicemente dichiarato che i dati finiscono “tutti insieme in maniera caotica, ma in futuro saranno le aziende private ad occuparsene, con una procedura che permettera’ al governo di riacquisirle qualora necessarie”.

Il modo in cui l’ ha detto probabilmente avra’ entusiasmato piu’ del senso delle sue parole.

Tra le osservazioni del Comitato presidenziale la NSA veniva invitata ad abbandonare il business dell’indebolimento della crittografia commerciale ( attraverso l’ uso di backdoor) che tra l’ altro facilitava il lavoro di spionaggio sui software made in Usa facendo concorrenza sleale nei confronti dei paesi esteri. Il rischio piu’ grande, secondo i consiglieri di Obama era proprio quello che il mercato mondiale potesse aver perso la fiducia nei confronti dei prodotti americani. In effetti alcuni paesi come la Germania e il Brasile si erano gia’ detti pronti ad abbandonare i software e le apparecchiature prodotte negli USA, cosa che avrebbe anche anche favorito le aziende di quei paesi.

Ma c’e’ un ulteriore raccomandazione che arriva dal comitato. Riguarda “Zero Days”, il codificatore di difetti inserito in software come Microsoft Windows che permette ad agenzie governative di penetrare i computer sottraendone i dati.
Zero days, i giorni che rimarranno all’utente per correre ai ripari una volta che la vulnerabilita’ del suo sistema sara’ esposta agli attacchi esterni. Tra l’ altro bisogna ricordare che proprio questo bug e’ stato utilizzato sempre in ambito di cyberwar dagli americani ai danni dell’ Iran, nel corso dell’operazione “Giochi Olimpici”, che ha portato in tempi piuttosto recenti al danneggiamento di circa un migliaio di centrifughe nelle centrali iraniane. L’ operazione condotta insieme all’ intelligence israeliana aveva l’ obiettivo di impedire all’ Iran di produrre armi nucleari. Piu’ tardi Il comandante della sezione Cyber War dell’intelligence iraniana, Mojtaba Ahmadi, verra’ trovato morto in un bosco di Karaj, vicino Teheran.

Nel frattempo dallo United States Cyber Command di Fort Meade, arrivano pressioni affinche’ queste “innocenti vulnerabilita'” fino a poco tempo fa nascoste tornino nell’ ombra, perche’ in caso contrario si andrebbe incontro, dicono, ad un “disarmo unilaterale”. Una tesi che sta trovando diversi sostenitori in un periodo in cui si torna a parlare di blocchi contrapposti e guerre fredde. Dall’ esercito americano, come raccontava ieri il due volte premio Pulitzer David E. Sanger, dal quale ho raccolto e riassunto, una voce autorevole dichiara che gli Stati Uniti non rinunceranno alle armi nucleari finche’ non lo fara’ anche la Russia, aggiungendo che nessuno guarda alla Cina, che utilizza “Zero Days”, perche’ lo fanno gia’ gli americani”

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Hostel Oxford backpacker 15/04/14

Venezuela: alcune osservazioni sullo scritto di aldo, e sugli ultimi sviluppi

                                                                                     VENEZUELA

 

 

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Sin dal 2005, quando iniziai ad occuparmi di Venezuela, non ho condiviso l’impostazione acritica e propagandistica di una parte significativa delle realtà che in Italia appoggiano il “processo bolivariano”, le quali ritengono che per difendere meglio il Venezuela chavista dai non pochi detrattori, occorra descriverlo come una sorta di “paradiso socialista” del secolo XXI. Tutto quello che ho scritto sull’argomento sinora, a partire dal libro “La Revolucion Bonita”, è quindi percorso da un taglio di “solidarietà critica”, ovvero dal riconoscimento del valore sostanzialmente positivo del processo venezuelano, ma senza nasconderne le molte lacune e limiti.

Tralascio quindi gli aspetti dello scritto di Aldo che condivido, quando parla di alcuni di questi limiti, e mi concentrerò su altre cose importanti che Aldo scrive e che richiedono alcune precisazioni. Prima di entrare nel merito, una breve premessa.

Occuparsi a distanza del Venezuela accentua il problema della selezione ed affidabilità delle fonti. Questo accade a causa della estrema polarizzazione politica del paese, la quale rende opinabili e controversi non solo, come accade anche da noi, i dati sulla situazione economica e sociale, ma persino quelli sul numero di omicidi commessi annualmente. Che fare allora: io ho tentato di districarmi nel marasma cercando di acquisire più fonti possibili.

Un altro grosso nodo è quello, di fronte ad eventi socio-politici inevitabilmente complessi e contraddittori, da individuare e fissare la “tendenza principale”, e quelle secondarie.

Plaza altamira come piazza taksim o occupy wall street?

Di certo agli scontri di queste settimane hanno partecipato anche persone provenienti dai ceti popolari. Gli attivisti anarchici del collettivo caraqueño “El Libertario”, i quali propongono una interpretazione degli eventi per alcuni versi simile a quella di Aldo, affermano però che questo è stato vero soprattutto nelle città dell’interno del Venezuela. Qui le proteste sono iniziate il 4 Febbraio a partire dagli studenti, per poi allargarsi a settori di cittadini che oltre che chiedere la rinuncia di Maduro, esprimevano malcontento per la situazione economica, l’alta inflazione, la mancanza di vari generi di prima necessità, le interruzioni della erogazione di acqua ed elettricità. Del resto come viene ricordato, alle elezioni presidenziali di un anno fa, l’antichavismo ha raccolto quasi la metà dei voti, e quindi è ovvio che conti anche sulla simpatia di una parte dei ceti popolari.

Gli stessi anarchici però affermano che a Caracas le proteste son state più marcatamente caratterizzate dalla presenza, oltre che degli studenti, di antichavisti di classe media e di esponenti dei partiti e gruppi di opposizione di destra, anche estrema.

Aggiungo anche io qualcosa, sempre sulla realtà di Caracas, che conosco meglio avendoci soggiornato complessivamente per oltre sei mesi.

Tutte le metropoli sono in varia misura socialmente compartimentate, a Roma Tor Bella Monaca è diversa dai Parioli, ebbene questo in Venezuela, data la maggiore polarizzazione sociale è ancora più vero. A me risulta che la maggioranza degli scontri ed incidenti di rilievo a Cacacas, siano avvenuti tutti in zone di classe medio-bassa, media ed alta. Nulla di grosso è invece avvenuto nelle zone a maggior concentrazione popolare, come Petare ad est o buona parte del municipio Libertador ad ovest. La stessa Plaza Altamira si trova al centro del piccolo municipio Caraqueño di Chacao, che registra i livelli di reddito pro-capite più alti del Venezuela ed è un bastione storico dell’anti-chavismo.

La stessa Plaza Altamira, nel corso degli eventi che seguirono al golpe fallito contro Chavez dell’Aprile 2002, fu simbolicamente occupata per lunghi periodi da gruppi di civili e militari, che in vari modi avevano appoggiato il golpe.

Storicamente in Sudamerica le vere rivolte per il pane, banalmente iniziano con gli assalti e gli “espropri popolari” nei supermercati: così è stato in Argentina nel Dicembre 2001, ma anche nello stesso Venezuela durante la rivolta del “Caracazo” nel Febbraio del 1989. Gli scontri di queste settimane invece, al posto degli assalti ai supermercati han visto, oltre ai blocchi stradali, questi si certamente parte delle tradizionali forme di lotta in Venezuela, anche gli assalti ai centri di salute dove son presenti i medici cubani (undici assalti secondo recenti dichiarazioni del ministro competente), danneggiamenti a case popolari di recente costruzione, università statali, autobus pubblici e stazioni della metropolitana; addirittura si son registrati casi di assalti con incendio di camion carichi di derrate destinate ai progetti governativi in campo alimentare.

Quindi sarei più cauto prima di paragonare Plaza Altamira ad Occupy Wall Street, senza però negare che andrebbe meglio indagata, ma farlo da qui è difficile, la effettiva composizione sociale e le motivazioni di quanti partecipano alle manifestazioni o agli scontri. Sul loro segno politico e culturale prevalente non mi pare però che vi siano dubbi, ed il segno non conta meno della estrazione sociale di chi protesta. Forse è vero che sia le piazze mondiali citate da Aldo che Plaza Altamira sono prodotte dalla crisi, ma mentre il segno politico prevalente di Occupy WS è la protesta contro i guasti e gli orrori del capitalismo neoliberista, il segno prevalente di Plaza Altamira è la richiesta di piena restaurazione del modello liberale e “meritocratico”.

D’altronde se ci sta una cosa che ha permesso almeno per ora al governo di riprendere parzialmente il controllo della situazione, è proprio la mancata o assai parziale saldatura fra l’azione della militanza antichavista radicale, studentesca e non, ed il grosso del malcontento esistente in consistenti settori popolari di fronte ai grossi problemi economici e strutturali persistenti nel paese.

Sul fatto che anche nel 1968 si tiravano le molotov.

Anzitutto come ricorda lo stesso Aldo negli scontri di queste settimane è entrato in ballo molto più che le “innocenti” molotov. Certo, nella confusione degli eventi una significativa  parte delle circa 40 vittime sono ascrivibili a sconosciuti cecchini che sparano dai tetti, o pistoleros in moto o cavi d’acciaio tesi in mezzo alla strada. Ma per meglio orientarsi anche dove sembra regnare la confusione, non si può non tenere conto del contesto Venezuelano.

Primo: Nicolas Maduro ha da poco vinto anche se con scarso margine le elezioni presidenziali, e con margine più cospicuo quelle comunali, e si preparava ad affrontare un periodo di quasi due anni senza ulteriori appuntamenti con le urne. Mi pare quindi evidente che se c’è qualcuno che non aveva alcun interesse a produrre escalation di violenza politica nel paese, questo qualcuno era ed è il governo chavista.

Secondo: nella vicenda politica venezuelana sotto il chavismo, i morti non sono cominciati adesso. Ricordiamo i 300 attivisti dei movimenti contadini assassinati dall’avvento di Chavez al potere ad ora, le vittime del fallito golpe del 2002, delle tensioni verificatesi dopo le presidenziali di Aprile 2013, le decine di omicidi mirati di attivisti operai, indigeni e di militanti delle “comuni socialiste”. Ci sono stati certo anche vari esponenti delle opposizioni assassinati. Ma posso dire con abbastanza certezza che il grosso di questo drammatico tributo di sangue è stato sinora offerto dalla militanza di base chavista, in particolare da quella giovanile.

Sottolineo questo non per accomodarmi a contemplare compiaciuto le nuove violenze di queste settimane, ma per aggiungere elementi forse utili ad interpretarne origini e segni.

L’amara verità è che oggi in Venezuela si sta gradualmente imponendo un modello di scontro politico interno un po’ “alla Colombiana”, dove cresce il ruolo del paramilitarismo. Una situazione che di fatto può condurre il paese ad una sorta di guerra civile strisciante o a a bassa intensità, anzi che forse lo ha già condotto.

In venezuela la popolazione e’ ridotta alla fame?

Senza rimuovere i già citati gravi problemi socio-economici che ancora affliggono il Venezuela, sui quali anche Aldo scrive, ancora meno accettabili in una “rivoluzione” che ha goduto di un fiume di risorse finanziarie senza eguali nella storia, aiamo sicuri che il Venezuela sia alla fame? La mia ultima permanenza di oltre un mese e mezzo in Venezuela, risale a meno di un anno fa, e pur avendo percepito e visto i gravi problemi della scarsità di beni e dell’alta inflazione, non ho però avuto l’impressione di un paese alla fame.

Citerei anche il premio concesso nel Giugno 2013 dalla FAO a 38 paesi, fra i quali il Venezuela, per i risultati ottenuti nella lotta alla denutrizione, o i dati di una agenzia ONU, la CEPAL, sulla riduzione della povertà estrema e relativa.
Anche il governo cita molto il premio della FAO, a sua volta però oggetto di alcuni distinguo fatti da alcuni esperti venezuelani.

Sulla repressione del governo, gli arresti e le torture.

Di certo questo è l’aspetto più delicato. Aldo scrive di oltre 2000 studenti arrestati e tenuti in condizioni inumane, e di denunce di torture. Partiamo dai numeri. Fonti del governo del 31 Marzo parlano di un totale di 2194 fermati o arrestati dal 12 febbraio in poi, dei quali 164 finiti in carcere, e di 25 funzionari di polizia arrestati per abusi, dei quali 17 in carcere. Queste cifre son grosso modo confermate anche da fonti non governative come il quotidiano Ultimas Noticias.

Vladimir Acosta invece, un commentatore politico della sinistra chavista, lunedi 24 Marzo parlava via web-radio su www.aporrea.org, di oltre 1500 arrestati, dei quali solo 21 rimasti in carcere. Sembra che sul totale degli arrestati gli studenti siano circa un terzo.

Inutile dire che su questo spinoso aspetto degli abusi polizieschi esistono anche fonti più o meno neutrali o vicine all’opposizione, che propongono versioni sia sui numeri che sulle modalità dei fatti, in forte dissonanza con quelle del governo.

Di certo il governo, e non da ora ma già con Chavez vivente, riconosce l’esistenza di problemi di adeguamento dei corpi repressivi e del sistema carcerario a criteri minimi di rispetto dei diritti delle persone. Non a caso fu Chavez a sciogliere la Policia Metropolitana di Caracas, violenta e corrotta, a fondare la nuova Policia Nacional Bolivariana, ed addirittura una nuova Università dedicata a formarne i nuovi quadri, la UNES. Così come sotto Chavez furono lanciati i primi programmi di “umanizzazione” delle carceri.

E’ ovviamente molto probabile che i casi di abusi repressivi in strada o nelle carceri siano maggiori di quelli sui quali si sta ufficialmente indagando. Ma questo vuol dire che siamo tornati ai tempi della feroce repressione massificata ed omicida dei decenni precedenti l’avvento del chavismo, o che Maduro stia per imboccare “la strada fascistoide del socialismo da caserma”?

Cito un altro dato: la pagina del sito della “sinistra bolivariana” www.aporrea.org, contiene decine di commenti dove il governo viene ferocemente criticato, soprattutto nelle prime settimane di scontri, per essere stato troppo morbido e tollerante, nella capitale più che altrove. Del resto il governo è del tutto consapevole che il terreno del rispetto dei diritti umani, è uno dei fronti di attacco più insidiosi non solo da parte dell’opposizione venezuelana, ma ancora più da parte dei suoi molti sponsor internazionali, USA in primis, per quanto questi ultimi siano assai poco legittimati a farlo, sia moralmente che storicamente.

Tentando di esser più chiaro, non mi pare ci siano dati sufficienti per concludere che il sentiero verso il lugubre “socialismo da caserma” sia stato già imboccato. Ma non me la sento nemmeno di escludere al mille per mille che questo accada in futuro. In ogni caso mi pare corretto mantenere desta l’attenzione su questi temi cruciali.

Ultimi sviluppi e prospettive.
Nelle ultime settimane il governo di Maduro pare avere, non senza fatica, ripreso il controllo della situazione, ma non è detto che duri. La vera mina vagante è rappresentata dagli irrisolti nodi dell’economia: inflazione elevata soprattutto nel settore alimentare; dipendenza dalle importazioni pagate con le rendite petrolifere, scarsità di alcuni beni, corruzione, contrabbando.

La logica interna delle rivoluzioni spesso ha portato esse a sacrificare diritti e libertà alla difesa di se stesse e della propria sopravvivenza. Nel caso Venezuelano a favorire eventuali tentazioni autoritarie si aggiungerebbe la enormità degli interessi economici e finanziari in gioco. Meglio non pensare invece alle tentazioni autoritarie in cui cadrebbe la destra venezuelana, che non ha proprio uno stile scandinavo, se dovesse tornare al potere dovendosi confrontare con una forte opposizione chavista.

Ma la “deriva autoritaria” del chavismo, non è l’unica strada aperta. L’altra sarebbe, da parte del governo, l’apertura e l’ascolto non tanto verso Plaza Altamira, o verso i settori “patriottici” dell’imprenditoria e dell’opposizione, ma verso quella vasta rete di movimenti popolari, realtà sindacali, movimenti contadini ed indigeni, attivisti/e di base oneste e generose, che da anni tengono in vita il processo bolivariano, ma chiedono anche di affrontare alla radice i nodi irrisolti e le zone d’ombra della “Revolucion Bonita”.

Di certo c’è un consenso in parte da ricostruire, perché tenere in piedi una rivoluzione, tantopiù se “bonita”, contro quasi metà della popolazione, non sarà certo facile. Mi auguro che questo ascolto e questa apertura ci siano, cioè che il Venezuela bolivariano continui a mantenere quella unicità, quel valore aggiunto che sinora lo ha distinto da tutti quegli altri stati o governi “canaglia”, che gli USA si sono accuratamente scelti come nemico ideale in tutti questi anni. Dall’Irak di Saddam, all’Afghanistan talebano, all’Iran komeinista.

Il valore di incarnare una esperienza nella quale, almeno in parte, potersi riconoscere ed identificare. Una esperienza la quale se aggredita dall’esterno, meriti ancora e sempre di essere difesa andando a manifestare davanti ad un consolato USA.

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<< Angelo Zaccaria risponde al prof. Aldo Giannuli.

Milano, 7  Aprile 2014

 

nota: La commissione esteri M5S incontra l’ Ambasciatore venezuelano Diaz. Al minuto 35 trovate la mia domanda su informazione e liberta’ di espressione >> https://www.youtube.com/watch?v=MblhotmC8bw&feature=youtu.be

 

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Volevo scrivere qualche riga per raccontarvi un po’ di questa esperienza vissuta qualche giorno fa come ospite della redazione di uno dei migliori programmi d’ inchiesta che la televisione italiana abbia mai prodotto. Una grande cucina.

Ho dovuto aspettare qualche giorno, metabolizzare. Se inizialmente la voglia di raccontare aveva i contorni di una strana euforia , ben presto diversi fotogrammi si sono fatti sempre piu’ nitidi, ed e’ li che uno strano malessere ha cominciato a manifestarsi. Ecco, quello era esattamente il momento giusto per prendere in mano la penna e alleviare, senza soffocarlo, questo prezioso stato d’animo.

Faro’ in modo di essere il piu’ breve possibile e mi limitero’ a esprimere il senso di questa nota, racconto, o come meglio preferite chiamarlo, che si sviluppa essenzialmente intorno a due punti importanti.
Arrivo in RAI, al centro di produzione di Via Teulada lo scorso lunedi, stranamente in anticipo, cosa che mi accade sempre piu’ raramente, sara’ perche’ mi muovo con la stessa curiosita’ e la gioia che avrebbe un bambino mentre sta andando al luna park. Appuntamento alle 17, mezz’ ora prima sono gia’ li fuori al cancello.

Mi vengono a prendere Gaetano Colloca, il mio contatto, e Andrea Bevilacqua. Gaetano lavora da diversi anni in Rai, attualmente si occupa di tutta la parte internet e quindi degli aspetti sempre piu’ rilevanti relativi ai social network come facebook e twitter. L’ altro, Andrea, e’ un regista storico dei programmi d’ inchiesta e approfondimento della televisione pubblica italiana (“Correva l’Anno”, “La Grande Storia”, “Ultimo Minuto” etc.) Prima di ricevere il passi che mi permettera’ di superare i varchi elettronici facciamo un salto al bar, caffe’ e sigarette per loro, per me attimi di studio, un bicchiere d’ acqua fresca e una mela immaginaria. Praticamente subito mi ritrovo a scambiare alcune osservazioni con Bevilacqua che mi parla di alcune sue idee relative a questo nuovo programma che avra’ come conduttore quell’ “Intellettuale di alto rango” di cui scrissi tempo fa, in maniera piuttosto critica, all’ interno di un post. Ovviamente, e qui faccio la prima pessima figura con un tempo da guinness dei primati non nascondo le mie perplessita’ su Corrado Augias, provo ad argomentare immediatamente il mio scetticismo, fondato proprio sulla storia di questo illustre signore e la risposta che ricevo, su alcuni punti, non offre nessuna smentita.

Mentre entriamo ci capita di incrociare Domenico Iannaccone, giornalista pluripremiato (3 premi Ilaria Alpi) autore di alcuni reportage di forte impatto sociale, fresco conduttore del programma “I Dieci Comandamenti”. Mi e’ sembrato un uomo estremamente lucido, ricco di impulsi. Mi ricordo mentre parla, che dentro quel maglione quasi sempre a collo alto c’e’ una delle menti che hanno dato vita nel corso degli anni proprio a Presa Diretta.

Il primo impatto che ho con gli interni del centro di produzione ubicato sotto Monte Mario e’ quello di un ospedale pubblico, i corridoi che attraversano i vari piani mi riportano alla mente quelli con i pavimenti sconnessi del vecchio Spallanzani, per fortuna a ricordarmi che non sono qui in visita ad un amico ricoverato ci sono alcune fotocopiatrici seriamente vintage e le targhette sulle porte con i nomi delle persone che occupano i vari camerini. Mentre parliamo Gaetano mi guida tra le varie stanze presentandomi a tutti come “l’ amico da Londra”, in sequenza incontro la produttrice, le ragazze al montaggio e il resto della redazione. Ad ogni porta che apriamo ci accolgono dei sorrisi, e anche se tutti sono molto indaffarati nell’ analizzare il proprio lavoro prima della puntata, dal monitor del pc, dai propri appunti o da altri apparecchi sono tutti molto ben disposti a fare due chiacchiere. Qualcuno sta gia lavorando alla prossima puntata, quella terribile intitolata al “Made in Italy” e ai suoi aspetti piu’ macabri, come quello dell’ edificio del ‘Rana Plaza’ di Dhaka, in Bangladesh, dove un anno fa un crollo improvviso seppelli’ piu’ di mille operai, connazionali di quegli esseri umani meravigliosi con i quali abbiamo a che fare ormai tutti i giorni, quando cerchiamo qualcosa da mangiare a orari difficili, o magari in tutti i ristoranti dove ci capita di lavorare in giro per le metropoli d’ Europa. Si calcola che 200 di loro siano ancora sepolti li sotto, gente che lavorava per 40 dollari al mese, senza i diritti minimi, a fabbricare scarpe o quelle t-shirt con le stampe ridicole, sempre piu’ simili a cartelloni pubblicitari e alle copertine delle riviste glamour, quel genere di abbigliamento low cost che noi ‘poveri’ occidentali metropolitani acquistiamo nei nostri templi dorati dello shopping , costruiti va detto anche con i soldi delle mafie.

Andiamo a vedere quello che e’ successo e ancora in questi giorni continua ad accadere non solo in Bangladesh, ma anche in Cambogia, a Phom Penh per esempio, dove a distanza di pochi mesi dalle sanguinose proteste fuori dalla fabbrica della Yakjin, del gruppo “SL Garment processing LTD” (produzione per H & M, ZARA, GAP,LEVI’S, BANANA REPUBLIC , BLUE NOTE ,CAMEL , LUOGO PER BAMBINI, DECATHLON ,GH.BASS ,HOLLISTER , NAUTICA ,OLD NAVY, sono solo quelli piu’ noti) la polizia ancora spara addosso a chi osa protestare. Gia’, perche’ i governi di quei paesi li devono tutelare gli interessi delle grosse multinazionali del tessile che da sole reggono l’ economia delle tante tigri d’ Asia, per la gioia di quanti impazziscono dentro e fuori dai mercati azionari internazionali con i dati strabilianti delle cifre sui P.I.L.
Ma qui la redazione di Presa Diretta, stasera, sapra’ sicuramente argomentare meglio di me, offrendo ai tanti telespettatori buoni motivi per andarsene a letto con la coscienza sporca.

E’ il mattino seguente che ci frega. Abbiamo la capacita’ di rimuovere tutto, siamo molto bravi a scandalizzarci quando ci raccontano che condiamo le nostre insalate con l’ olio per le lampade, proviamo molta compassione nel vedere come vengono trasformati gli animali in pezzi di un ingranaggio drogato. E forse la cattiveria che assimiliamo dopo la digestione e’ una punizione piuttosto blanda.

Ci sono uomini che a forza di raccontare queste storie , indagarne le origini e i vari riflessi a volte finiscono per assorbirne un certo malessere, loro vanno avanti lo stesso fino alla fine , quel momento in cui ci ritroviamo di fronte i loro racconti messi per iscritto oppure presentati attraverso le immagini di un televisore. Ecco, in loro trovo che ci sia qualcosa che li rende speciali, anche se a volte mi e’ capitato di poter valutare il peso di questa attivita’ sulle loro esistenze e questo mi rattrista un po’. A Riccardo Iacona sinceramente devo molto. Senza le sue inchieste, i suoi libri e il modo semplice di raccontare i fatti una parte importante sarebbe mancata. Pensando all’ Italia fatico un po’ a trovare qualcuno con le sue qualita’, soprattutto apprezzo molto il modo in cui a distanza di anni conserva una certa cura del suo lavoro e un senso di rara umanita.

L’ occasione di poter osservare da vicino mi ha trasmesso per intero quella che e’ la passione per qualcosa che ha poco a che fare con un lavoro, piuttosto parlerei di una missione. L’ ho visto in quelle poche ore prima che le luci dei riflettori si accendono, quando il pubblico pretende che la verita’ venga raccontata sotto forma di intrattenimento. Non dimentichero’ mai il suo camerino buio, quella espressione assente prima della puntata e quel momento in cui parlando con Gaetano nel suo ufficio, entra lui stralunato, con un caffe’ in mano e ci chiede : “Cosa state facendo?”..”Discutevamo sugli sviluppi del caso Stamina, del ruolo dei media e delle varie interpretazioni dell’ opinione pubblica”, rispondo, ma lui completamente sovrappensiero abbassa lo sguardo si volta e ritorna nel suo camerino senza dire una parola. Poche immagini mi hanno colpito in quel modo, ma in forse quello e’ il suo naturale stato di concentrazione prima della trasmissione.

Appena prima della diretta ci ritroviamo davanti al distributore del caffe, con Gaetano, Liza Boschin, e un Gigi Marzullo piu’ basso del previsto, uomo estremamente curioso. Riccardo passa col copione in mano e il volto imbiancato dal trucco, li me ne esco con un “Prrronti!” piuttosto impertinente,sicuramente sopra le righe, ma niente, anche li resta impassibile e prosegue verso lo studio quasi come un condannato al patibolo,mentre Liza lo segue in silenzio nervoso, sicuramente per via dei dati che dovra’ snocciolare di li a poco, piu’ o meno a memoria.

Raccontare Gaetano significa invece raccontare la storia, quella tra la vecchia e la nuova Rai. Gaetano e’ l’ uomo che sta dietro ai post, ai tweet e a tutte quelle anticipazioni , riassunti, link e aggiornamenti delle pagine e dei vari profili dei programmi come Presa Diretta, Ballaro’, I Dieci comandamenti, Geo & Geo, e non solo..ovviamente si occupa anche dei siti internet. Il suo e’ un lavoro importantissimo, in questa nuova era di comunicazione digitale lui e’ l’ anello di collegamento tra la tv e il web. Ha una grandissima responsabilita’. Adesso dopo averlo conosciuto non mi chiedo piu’ come ci riesca. E’ una forza della natura, ha un cervello che gira talmente veloce cosi’ com’e’ -anche lui- bombardato da impulsi cerebrali, dati, ricordi ed emozioni che a volte fa fatica lui stesso a parlarne. Per quanto mi riguarda non dovro’ aspettare qualche anno per ricordare che lui, insieme alla redazione di Presa Diretta stava per fare la storia della comunicazione. Per chi sa osservare, per chi e’ stato attento, e’ gia’ successo.

Qualche settimana fa durante una puntata in cui si parlava del tesoro della mafia, in studio era ospite Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA). Per presentare Gratteri in due parole potremmo dire che si tratta dell’ uomo che ha raccontato al mondo la potenza della ‘Ndrangheta calabrese, disegnando in uno dei suoi preziosi libri l’ albero genealogico delle varie ‘ndrine in Italia e in giro per il mondo. Nel corso dell’ intervista in studio Iacona offre al magistrato la possibilita’di spiegare quali sarebbero per lui le misure da adottare per aggredire la mafia e il suo patrimonio economico, la risposta sara’ cosi’ convincente che il conduttore rivolge al magistrato questa domanda: “ Ma se le proponessero di diventare ministro della giustizia, lei accetterebbe?..”e Gratteri risponde: “ “se avessi la certezza di poter fare le cose che ho detto e che servono, accetterei. Da questa risposta nasce l’ hashtag #gratterinuovoministrogiustizia, lanciato proprio da Gaetano su twitter, un hashtag che diventa talmente popolare da ispirare una petizione online. In poche ore il neo presidente del consiglio Matteo Renzi , il figlio degli hashtag, l’ uomo che sulla comunicazione a mezzo social ha costruito la sua scalata a palazzo Chigi, decide di proporre al giudice calabrese il ministero della giustizia.

Il resto della storia purtroppo lo conosciamo un po’ tutti, il procuratore antimafia passera’ da Papa a cardinale in un attimo. Alcuni, di solito tra i piu’ attenti scriveranno che quel giorno a fermare questa piccola rivoluzione, ancora una volta fu la mano di Nonno Jo.

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ètn, “Cafe’ La Bouche” 16/03/2014.