Obama lascia tutto in mano alla NSA..

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Tra le decisioni rese pubbliche a margine dei lavori che hanno riunito le agenzie di Intelligence americana e il Comitato Consultivo Presidenziale del sig. Barack Obama – dove gli animi erano piuttosto riscaldati – sicuramente a livello mediatico ha avuto un buon riscontro la decisione di rivelare in futuro gli eventuali difetti che le agenzie come la NSA riusciranno a scovare all’ interno dei vari software , in maniera da tutelare la privacy degli utenti ed evitando di nascondere queste anomalie per continuare a raccogliere ovunque i dati personali e i contenuti delle comunicazioni private allo scopo di spiare, alimentare il business dei megadati o portare cyberattacchi ai paesi concorrenti.

Quello che invece non e’ emerso dalle esternazioni del presidente americano sono le eccezioni riguardanti la necessita’ di rafforzare le leggi sulla sicurezza nazionale, stando almeno a quanto riferiva un ufficiale americano lo scorso sabato. In pratica si garantira’ una scappatoia alla NSA per continuare a fare cio’ che ormai fa da tempo, e cioe’ sfruttare quei “difetti” che loro stessi hanno creato appositamente per poter violare la crittografia. Dopotutto la NSA ha contribuito alla scrittura degli standard di sicurezza dei principali software statunitensi ed e’ anche per questo che hanno vita facile nel costruire di volta in volta nuove armi informatiche.

Va detto che la Casa Bianca al termine dei lavori non ha mai pubblicato i dettagli delle decisioni prese, limitandosi a recepire le raccomandazioni della commissione in risposta alle pressioni dell’ opinione pubblica mondiale sullo scandalo relativo alle attivita’ di sorveglianza della Nsa che coinvolgono anche il GCHQ britannico e gli altri tre paesi coinvolti nel cosiddetto “Five Eyes”, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Negli utimi file consegnati da Edward Snowden al Guardian e al Washington Post, che proprio pochi minuti fa hanno ricevuto il prestigioso Pulitzer grazie al lavoro svolto sulla vicenda “Datagate” si parlava anche di quella parte del programma PRISM denominata “Bullrun” dagli statunitensi (per gli inglesi “Hedgehill, entrambi i nomi derivano da operazioni di vecchie battaglie di guerra), e i danni che oggi vengono attribuiti al bug “Heartbleed” erano gia’ documentati in quei file…Curioso che l’ amministrazione americana venerdi’ scorso negava addirittura di esserne mai stata a conoscenza e di averlo saputo solo poche settimane fa.

Nel frattempo milioni di utenti di dropbox, okcupid, soundcloud ed altri siti internet sono stati invitati la scorsa settimana a modificare le loro password nel bel mezzo del piu’ totale caos digitale. Caitlin Haiden, portavoce della NSA ha scritto in una delle sue supercazzole che le
revisioni della commissione presidenziale adesso sono complete, l’ Agenzia ha trovato il modo di controbilanciare la necessita’ di divulgare le falle dei sistemi di sicurezza dei software con l’ esigenza di mantenere segrete le scoperte che verranno utilizzate, in futuro, dalla comunita’ di intelligence. Obama ha semplicemente dichiarato che i dati finiscono “tutti insieme in maniera caotica, ma in futuro saranno le aziende private ad occuparsene, con una procedura che permettera’ al governo di riacquisirle qualora necessarie”.

Il modo in cui l’ ha detto probabilmente avra’ entusiasmato piu’ del senso delle sue parole.

Tra le osservazioni del Comitato presidenziale la NSA veniva invitata ad abbandonare il business dell’indebolimento della crittografia commerciale ( attraverso l’ uso di backdoor) che tra l’ altro facilitava il lavoro di spionaggio sui software made in Usa facendo concorrenza sleale nei confronti dei paesi esteri. Il rischio piu’ grande, secondo i consiglieri di Obama era proprio quello che il mercato mondiale potesse aver perso la fiducia nei confronti dei prodotti americani. In effetti alcuni paesi come la Germania e il Brasile si erano gia’ detti pronti ad abbandonare i software e le apparecchiature prodotte negli USA, cosa che avrebbe anche anche favorito le aziende di quei paesi.

Ma c’e’ un ulteriore raccomandazione che arriva dal comitato. Riguarda “Zero Days”, il codificatore di difetti inserito in software come Microsoft Windows che permette ad agenzie governative di penetrare i computer sottraendone i dati.
Zero days, i giorni che rimarranno all’utente per correre ai ripari una volta che la vulnerabilita’ del suo sistema sara’ esposta agli attacchi esterni. Tra l’ altro bisogna ricordare che proprio questo bug e’ stato utilizzato sempre in ambito di cyberwar dagli americani ai danni dell’ Iran, nel corso dell’operazione “Giochi Olimpici”, che ha portato in tempi piuttosto recenti al danneggiamento di circa un migliaio di centrifughe nelle centrali iraniane. L’ operazione condotta insieme all’ intelligence israeliana aveva l’ obiettivo di impedire all’ Iran di produrre armi nucleari. Piu’ tardi Il comandante della sezione Cyber War dell’intelligence iraniana, Mojtaba Ahmadi, verra’ trovato morto in un bosco di Karaj, vicino Teheran.

Nel frattempo dallo United States Cyber Command di Fort Meade, arrivano pressioni affinche’ queste “innocenti vulnerabilita’” fino a poco tempo fa nascoste tornino nell’ ombra, perche’ in caso contrario si andrebbe incontro, dicono, ad un “disarmo unilaterale”. Una tesi che sta trovando diversi sostenitori in un periodo in cui si torna a parlare di blocchi contrapposti e guerre fredde. Dall’ esercito americano, come raccontava ieri il due volte premio Pulitzer David E. Sanger, dal quale ho raccolto e riassunto, una voce autorevole dichiara che gli Stati Uniti non rinunceranno alle armi nucleari finche’ non lo fara’ anche la Russia, aggiungendo che nessuno guarda alla Cina, che utilizza “Zero Days”, perche’ lo fanno gia’ gli americani”

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Hostel Oxford backpacker 15/04/14

Venezuela: alcune osservazioni sullo scritto di aldo, e sugli ultimi sviluppi

                                                                                     VENEZUELA

 

 

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Sin dal 2005, quando iniziai ad occuparmi di Venezuela, non ho condiviso l’impostazione acritica e propagandistica di una parte significativa delle realtà che in Italia appoggiano il “processo bolivariano”, le quali ritengono che per difendere meglio il Venezuela chavista dai non pochi detrattori, occorra descriverlo come una sorta di “paradiso socialista” del secolo XXI. Tutto quello che ho scritto sull’argomento sinora, a partire dal libro “La Revolucion Bonita”, è quindi percorso da un taglio di “solidarietà critica”, ovvero dal riconoscimento del valore sostanzialmente positivo del processo venezuelano, ma senza nasconderne le molte lacune e limiti.

Tralascio quindi gli aspetti dello scritto di Aldo che condivido, quando parla di alcuni di questi limiti, e mi concentrerò su altre cose importanti che Aldo scrive e che richiedono alcune precisazioni. Prima di entrare nel merito, una breve premessa.

Occuparsi a distanza del Venezuela accentua il problema della selezione ed affidabilità delle fonti. Questo accade a causa della estrema polarizzazione politica del paese, la quale rende opinabili e controversi non solo, come accade anche da noi, i dati sulla situazione economica e sociale, ma persino quelli sul numero di omicidi commessi annualmente. Che fare allora: io ho tentato di districarmi nel marasma cercando di acquisire più fonti possibili.

Un altro grosso nodo è quello, di fronte ad eventi socio-politici inevitabilmente complessi e contraddittori, da individuare e fissare la “tendenza principale”, e quelle secondarie.

Plaza altamira come piazza taksim o occupy wall street?

Di certo agli scontri di queste settimane hanno partecipato anche persone provenienti dai ceti popolari. Gli attivisti anarchici del collettivo caraqueño “El Libertario”, i quali propongono una interpretazione degli eventi per alcuni versi simile a quella di Aldo, affermano però che questo è stato vero soprattutto nelle città dell’interno del Venezuela. Qui le proteste sono iniziate il 4 Febbraio a partire dagli studenti, per poi allargarsi a settori di cittadini che oltre che chiedere la rinuncia di Maduro, esprimevano malcontento per la situazione economica, l’alta inflazione, la mancanza di vari generi di prima necessità, le interruzioni della erogazione di acqua ed elettricità. Del resto come viene ricordato, alle elezioni presidenziali di un anno fa, l’antichavismo ha raccolto quasi la metà dei voti, e quindi è ovvio che conti anche sulla simpatia di una parte dei ceti popolari.

Gli stessi anarchici però affermano che a Caracas le proteste son state più marcatamente caratterizzate dalla presenza, oltre che degli studenti, di antichavisti di classe media e di esponenti dei partiti e gruppi di opposizione di destra, anche estrema.

Aggiungo anche io qualcosa, sempre sulla realtà di Caracas, che conosco meglio avendoci soggiornato complessivamente per oltre sei mesi.

Tutte le metropoli sono in varia misura socialmente compartimentate, a Roma Tor Bella Monaca è diversa dai Parioli, ebbene questo in Venezuela, data la maggiore polarizzazione sociale è ancora più vero. A me risulta che la maggioranza degli scontri ed incidenti di rilievo a Cacacas, siano avvenuti tutti in zone di classe medio-bassa, media ed alta. Nulla di grosso è invece avvenuto nelle zone a maggior concentrazione popolare, come Petare ad est o buona parte del municipio Libertador ad ovest. La stessa Plaza Altamira si trova al centro del piccolo municipio Caraqueño di Chacao, che registra i livelli di reddito pro-capite più alti del Venezuela ed è un bastione storico dell’anti-chavismo.

La stessa Plaza Altamira, nel corso degli eventi che seguirono al golpe fallito contro Chavez dell’Aprile 2002, fu simbolicamente occupata per lunghi periodi da gruppi di civili e militari, che in vari modi avevano appoggiato il golpe.

Storicamente in Sudamerica le vere rivolte per il pane, banalmente iniziano con gli assalti e gli “espropri popolari” nei supermercati: così è stato in Argentina nel Dicembre 2001, ma anche nello stesso Venezuela durante la rivolta del “Caracazo” nel Febbraio del 1989. Gli scontri di queste settimane invece, al posto degli assalti ai supermercati han visto, oltre ai blocchi stradali, questi si certamente parte delle tradizionali forme di lotta in Venezuela, anche gli assalti ai centri di salute dove son presenti i medici cubani (undici assalti secondo recenti dichiarazioni del ministro competente), danneggiamenti a case popolari di recente costruzione, università statali, autobus pubblici e stazioni della metropolitana; addirittura si son registrati casi di assalti con incendio di camion carichi di derrate destinate ai progetti governativi in campo alimentare.

Quindi sarei più cauto prima di paragonare Plaza Altamira ad Occupy Wall Street, senza però negare che andrebbe meglio indagata, ma farlo da qui è difficile, la effettiva composizione sociale e le motivazioni di quanti partecipano alle manifestazioni o agli scontri. Sul loro segno politico e culturale prevalente non mi pare però che vi siano dubbi, ed il segno non conta meno della estrazione sociale di chi protesta. Forse è vero che sia le piazze mondiali citate da Aldo che Plaza Altamira sono prodotte dalla crisi, ma mentre il segno politico prevalente di Occupy WS è la protesta contro i guasti e gli orrori del capitalismo neoliberista, il segno prevalente di Plaza Altamira è la richiesta di piena restaurazione del modello liberale e “meritocratico”.

D’altronde se ci sta una cosa che ha permesso almeno per ora al governo di riprendere parzialmente il controllo della situazione, è proprio la mancata o assai parziale saldatura fra l’azione della militanza antichavista radicale, studentesca e non, ed il grosso del malcontento esistente in consistenti settori popolari di fronte ai grossi problemi economici e strutturali persistenti nel paese.

Sul fatto che anche nel 1968 si tiravano le molotov.

Anzitutto come ricorda lo stesso Aldo negli scontri di queste settimane è entrato in ballo molto più che le “innocenti” molotov. Certo, nella confusione degli eventi una significativa  parte delle circa 40 vittime sono ascrivibili a sconosciuti cecchini che sparano dai tetti, o pistoleros in moto o cavi d’acciaio tesi in mezzo alla strada. Ma per meglio orientarsi anche dove sembra regnare la confusione, non si può non tenere conto del contesto Venezuelano.

Primo: Nicolas Maduro ha da poco vinto anche se con scarso margine le elezioni presidenziali, e con margine più cospicuo quelle comunali, e si preparava ad affrontare un periodo di quasi due anni senza ulteriori appuntamenti con le urne. Mi pare quindi evidente che se c’è qualcuno che non aveva alcun interesse a produrre escalation di violenza politica nel paese, questo qualcuno era ed è il governo chavista.

Secondo: nella vicenda politica venezuelana sotto il chavismo, i morti non sono cominciati adesso. Ricordiamo i 300 attivisti dei movimenti contadini assassinati dall’avvento di Chavez al potere ad ora, le vittime del fallito golpe del 2002, delle tensioni verificatesi dopo le presidenziali di Aprile 2013, le decine di omicidi mirati di attivisti operai, indigeni e di militanti delle “comuni socialiste”. Ci sono stati certo anche vari esponenti delle opposizioni assassinati. Ma posso dire con abbastanza certezza che il grosso di questo drammatico tributo di sangue è stato sinora offerto dalla militanza di base chavista, in particolare da quella giovanile.

Sottolineo questo non per accomodarmi a contemplare compiaciuto le nuove violenze di queste settimane, ma per aggiungere elementi forse utili ad interpretarne origini e segni.

L’amara verità è che oggi in Venezuela si sta gradualmente imponendo un modello di scontro politico interno un po’ “alla Colombiana”, dove cresce il ruolo del paramilitarismo. Una situazione che di fatto può condurre il paese ad una sorta di guerra civile strisciante o a a bassa intensità, anzi che forse lo ha già condotto.

In venezuela la popolazione e’ ridotta alla fame?

Senza rimuovere i già citati gravi problemi socio-economici che ancora affliggono il Venezuela, sui quali anche Aldo scrive, ancora meno accettabili in una “rivoluzione” che ha goduto di un fiume di risorse finanziarie senza eguali nella storia, aiamo sicuri che il Venezuela sia alla fame? La mia ultima permanenza di oltre un mese e mezzo in Venezuela, risale a meno di un anno fa, e pur avendo percepito e visto i gravi problemi della scarsità di beni e dell’alta inflazione, non ho però avuto l’impressione di un paese alla fame.

Citerei anche il premio concesso nel Giugno 2013 dalla FAO a 38 paesi, fra i quali il Venezuela, per i risultati ottenuti nella lotta alla denutrizione, o i dati di una agenzia ONU, la CEPAL, sulla riduzione della povertà estrema e relativa.
Anche il governo cita molto il premio della FAO, a sua volta però oggetto di alcuni distinguo fatti da alcuni esperti venezuelani.

Sulla repressione del governo, gli arresti e le torture.

Di certo questo è l’aspetto più delicato. Aldo scrive di oltre 2000 studenti arrestati e tenuti in condizioni inumane, e di denunce di torture. Partiamo dai numeri. Fonti del governo del 31 Marzo parlano di un totale di 2194 fermati o arrestati dal 12 febbraio in poi, dei quali 164 finiti in carcere, e di 25 funzionari di polizia arrestati per abusi, dei quali 17 in carcere. Queste cifre son grosso modo confermate anche da fonti non governative come il quotidiano Ultimas Noticias.

Vladimir Acosta invece, un commentatore politico della sinistra chavista, lunedi 24 Marzo parlava via web-radio su www.aporrea.org, di oltre 1500 arrestati, dei quali solo 21 rimasti in carcere. Sembra che sul totale degli arrestati gli studenti siano circa un terzo.

Inutile dire che su questo spinoso aspetto degli abusi polizieschi esistono anche fonti più o meno neutrali o vicine all’opposizione, che propongono versioni sia sui numeri che sulle modalità dei fatti, in forte dissonanza con quelle del governo.

Di certo il governo, e non da ora ma già con Chavez vivente, riconosce l’esistenza di problemi di adeguamento dei corpi repressivi e del sistema carcerario a criteri minimi di rispetto dei diritti delle persone. Non a caso fu Chavez a sciogliere la Policia Metropolitana di Caracas, violenta e corrotta, a fondare la nuova Policia Nacional Bolivariana, ed addirittura una nuova Università dedicata a formarne i nuovi quadri, la UNES. Così come sotto Chavez furono lanciati i primi programmi di “umanizzazione” delle carceri.

E’ ovviamente molto probabile che i casi di abusi repressivi in strada o nelle carceri siano maggiori di quelli sui quali si sta ufficialmente indagando. Ma questo vuol dire che siamo tornati ai tempi della feroce repressione massificata ed omicida dei decenni precedenti l’avvento del chavismo, o che Maduro stia per imboccare “la strada fascistoide del socialismo da caserma”?

Cito un altro dato: la pagina del sito della “sinistra bolivariana” www.aporrea.org, contiene decine di commenti dove il governo viene ferocemente criticato, soprattutto nelle prime settimane di scontri, per essere stato troppo morbido e tollerante, nella capitale più che altrove. Del resto il governo è del tutto consapevole che il terreno del rispetto dei diritti umani, è uno dei fronti di attacco più insidiosi non solo da parte dell’opposizione venezuelana, ma ancora più da parte dei suoi molti sponsor internazionali, USA in primis, per quanto questi ultimi siano assai poco legittimati a farlo, sia moralmente che storicamente.

Tentando di esser più chiaro, non mi pare ci siano dati sufficienti per concludere che il sentiero verso il lugubre “socialismo da caserma” sia stato già imboccato. Ma non me la sento nemmeno di escludere al mille per mille che questo accada in futuro. In ogni caso mi pare corretto mantenere desta l’attenzione su questi temi cruciali.

Ultimi sviluppi e prospettive.
Nelle ultime settimane il governo di Maduro pare avere, non senza fatica, ripreso il controllo della situazione, ma non è detto che duri. La vera mina vagante è rappresentata dagli irrisolti nodi dell’economia: inflazione elevata soprattutto nel settore alimentare; dipendenza dalle importazioni pagate con le rendite petrolifere, scarsità di alcuni beni, corruzione, contrabbando.

La logica interna delle rivoluzioni spesso ha portato esse a sacrificare diritti e libertà alla difesa di se stesse e della propria sopravvivenza. Nel caso Venezuelano a favorire eventuali tentazioni autoritarie si aggiungerebbe la enormità degli interessi economici e finanziari in gioco. Meglio non pensare invece alle tentazioni autoritarie in cui cadrebbe la destra venezuelana, che non ha proprio uno stile scandinavo, se dovesse tornare al potere dovendosi confrontare con una forte opposizione chavista.

Ma la “deriva autoritaria” del chavismo, non è l’unica strada aperta. L’altra sarebbe, da parte del governo, l’apertura e l’ascolto non tanto verso Plaza Altamira, o verso i settori “patriottici” dell’imprenditoria e dell’opposizione, ma verso quella vasta rete di movimenti popolari, realtà sindacali, movimenti contadini ed indigeni, attivisti/e di base oneste e generose, che da anni tengono in vita il processo bolivariano, ma chiedono anche di affrontare alla radice i nodi irrisolti e le zone d’ombra della “Revolucion Bonita”.

Di certo c’è un consenso in parte da ricostruire, perché tenere in piedi una rivoluzione, tantopiù se “bonita”, contro quasi metà della popolazione, non sarà certo facile. Mi auguro che questo ascolto e questa apertura ci siano, cioè che il Venezuela bolivariano continui a mantenere quella unicità, quel valore aggiunto che sinora lo ha distinto da tutti quegli altri stati o governi “canaglia”, che gli USA si sono accuratamente scelti come nemico ideale in tutti questi anni. Dall’Irak di Saddam, all’Afghanistan talebano, all’Iran komeinista.

Il valore di incarnare una esperienza nella quale, almeno in parte, potersi riconoscere ed identificare. Una esperienza la quale se aggredita dall’esterno, meriti ancora e sempre di essere difesa andando a manifestare davanti ad un consolato USA.

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<< Angelo Zaccaria risponde al prof. Aldo Giannuli.

Milano, 7  Aprile 2014

 

nota: La commissione esteri M5S incontra l’ Ambasciatore venezuelano Diaz. Al minuto 35 trovate la mia domanda su informazione e liberta’ di espressione >> https://www.youtube.com/watch?v=MblhotmC8bw&feature=youtu.be

 

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Volevo scrivere qualche riga per raccontarvi un po’ di questa esperienza vissuta qualche giorno fa come ospite della redazione di uno dei migliori programmi d’ inchiesta che la televisione italiana abbia mai prodotto. Una grande cucina.

Ho dovuto aspettare qualche giorno, metabolizzare. Se inizialmente la voglia di raccontare aveva i contorni di una strana euforia , ben presto diversi fotogrammi si sono fatti sempre piu’ nitidi, ed e’ li che uno strano malessere ha cominciato a manifestarsi. Ecco, quello era esattamente il momento giusto per prendere in mano la penna e alleviare, senza soffocarlo, questo prezioso stato d’animo.

Faro’ in modo di essere il piu’ breve possibile e mi limitero’ a esprimere il senso di questa nota, racconto, o come meglio preferite chiamarlo, che si sviluppa essenzialmente intorno a due punti importanti.
Arrivo in RAI, al centro di produzione di Via Teulada lo scorso lunedi, stranamente in anticipo, cosa che mi accade sempre piu’ raramente, sara’ perche’ mi muovo con la stessa curiosita’ e la gioia che avrebbe un bambino mentre sta andando al luna park. Appuntamento alle 17, mezz’ ora prima sono gia’ li fuori al cancello.

Mi vengono a prendere Gaetano Colloca, il mio contatto, e Andrea Bevilacqua. Gaetano lavora da diversi anni in Rai, attualmente si occupa di tutta la parte internet e quindi degli aspetti sempre piu’ rilevanti relativi ai social network come facebook e twitter. L’ altro, Andrea, e’ un regista storico dei programmi d’ inchiesta e approfondimento della televisione pubblica italiana (“Correva l’Anno”, “La Grande Storia”, “Ultimo Minuto” etc.) Prima di ricevere il passi che mi permettera’ di superare i varchi elettronici facciamo un salto al bar, caffe’ e sigarette per loro, per me attimi di studio, un bicchiere d’ acqua fresca e una mela immaginaria. Praticamente subito mi ritrovo a scambiare alcune osservazioni con Bevilacqua che mi parla di alcune sue idee relative a questo nuovo programma che avra’ come conduttore quell’ “Intellettuale di alto rango” di cui scrissi tempo fa, in maniera piuttosto critica, all’ interno di un post. Ovviamente, e qui faccio la prima pessima figura con un tempo da guinness dei primati non nascondo le mie perplessita’ su Corrado Augias, provo ad argomentare immediatamente il mio scetticismo, fondato proprio sulla storia di questo illustre signore e la risposta che ricevo, su alcuni punti, non offre nessuna smentita.

Mentre entriamo ci capita di incrociare Domenico Iannaccone, giornalista pluripremiato (3 premi Ilaria Alpi) autore di alcuni reportage di forte impatto sociale, fresco conduttore del programma “I Dieci Comandamenti”. Mi e’ sembrato un uomo estremamente lucido, ricco di impulsi. Mi ricordo mentre parla, che dentro quel maglione quasi sempre a collo alto c’e’ una delle menti che hanno dato vita nel corso degli anni proprio a Presa Diretta.

Il primo impatto che ho con gli interni del centro di produzione ubicato sotto Monte Mario e’ quello di un ospedale pubblico, i corridoi che attraversano i vari piani mi riportano alla mente quelli con i pavimenti sconnessi del vecchio Spallanzani, per fortuna a ricordarmi che non sono qui in visita ad un amico ricoverato ci sono alcune fotocopiatrici seriamente vintage e le targhette sulle porte con i nomi delle persone che occupano i vari camerini. Mentre parliamo Gaetano mi guida tra le varie stanze presentandomi a tutti come “l’ amico da Londra”, in sequenza incontro la produttrice, le ragazze al montaggio e il resto della redazione. Ad ogni porta che apriamo ci accolgono dei sorrisi, e anche se tutti sono molto indaffarati nell’ analizzare il proprio lavoro prima della puntata, dal monitor del pc, dai propri appunti o da altri apparecchi sono tutti molto ben disposti a fare due chiacchiere. Qualcuno sta gia lavorando alla prossima puntata, quella terribile intitolata al “Made in Italy” e ai suoi aspetti piu’ macabri, come quello dell’ edificio del ‘Rana Plaza’ di Dhaka, in Bangladesh, dove un anno fa un crollo improvviso seppelli’ piu’ di mille operai, connazionali di quegli esseri umani meravigliosi con i quali abbiamo a che fare ormai tutti i giorni, quando cerchiamo qualcosa da mangiare a orari difficili, o magari in tutti i ristoranti dove ci capita di lavorare in giro per le metropoli d’ Europa. Si calcola che 200 di loro siano ancora sepolti li sotto, gente che lavorava per 40 dollari al mese, senza i diritti minimi, a fabbricare scarpe o quelle t-shirt con le stampe ridicole, sempre piu’ simili a cartelloni pubblicitari e alle copertine delle riviste glamour, quel genere di abbigliamento low cost che noi ‘poveri’ occidentali metropolitani acquistiamo nei nostri templi dorati dello shopping , costruiti va detto anche con i soldi delle mafie.

Andiamo a vedere quello che e’ successo e ancora in questi giorni continua ad accadere non solo in Bangladesh, ma anche in Cambogia, a Phom Penh per esempio, dove a distanza di pochi mesi dalle sanguinose proteste fuori dalla fabbrica della Yakjin, del gruppo “SL Garment processing LTD” (produzione per H & M, ZARA, GAP,LEVI’S, BANANA REPUBLIC , BLUE NOTE ,CAMEL , LUOGO PER BAMBINI, DECATHLON ,GH.BASS ,HOLLISTER , NAUTICA ,OLD NAVY, sono solo quelli piu’ noti) la polizia ancora spara addosso a chi osa protestare. Gia’, perche’ i governi di quei paesi li devono tutelare gli interessi delle grosse multinazionali del tessile che da sole reggono l’ economia delle tante tigri d’ Asia, per la gioia di quanti impazziscono dentro e fuori dai mercati azionari internazionali con i dati strabilianti delle cifre sui P.I.L.
Ma qui la redazione di Presa Diretta, stasera, sapra’ sicuramente argomentare meglio di me, offrendo ai tanti telespettatori buoni motivi per andarsene a letto con la coscienza sporca.

E’ il mattino seguente che ci frega. Abbiamo la capacita’ di rimuovere tutto, siamo molto bravi a scandalizzarci quando ci raccontano che condiamo le nostre insalate con l’ olio per le lampade, proviamo molta compassione nel vedere come vengono trasformati gli animali in pezzi di un ingranaggio drogato. E forse la cattiveria che assimiliamo dopo la digestione e’ una punizione piuttosto blanda.

Ci sono uomini che a forza di raccontare queste storie , indagarne le origini e i vari riflessi a volte finiscono per assorbirne un certo malessere, loro vanno avanti lo stesso fino alla fine , quel momento in cui ci ritroviamo di fronte i loro racconti messi per iscritto oppure presentati attraverso le immagini di un televisore. Ecco, in loro trovo che ci sia qualcosa che li rende speciali, anche se a volte mi e’ capitato di poter valutare il peso di questa attivita’ sulle loro esistenze e questo mi rattrista un po’. A Riccardo Iacona sinceramente devo molto. Senza le sue inchieste, i suoi libri e il modo semplice di raccontare i fatti una parte importante sarebbe mancata. Pensando all’ Italia fatico un po’ a trovare qualcuno con le sue qualita’, soprattutto apprezzo molto il modo in cui a distanza di anni conserva una certa cura del suo lavoro e un senso di rara umanita.

L’ occasione di poter osservare da vicino mi ha trasmesso per intero quella che e’ la passione per qualcosa che ha poco a che fare con un lavoro, piuttosto parlerei di una missione. L’ ho visto in quelle poche ore prima che le luci dei riflettori si accendono, quando il pubblico pretende che la verita’ venga raccontata sotto forma di intrattenimento. Non dimentichero’ mai il suo camerino buio, quella espressione assente prima della puntata e quel momento in cui parlando con Gaetano nel suo ufficio, entra lui stralunato, con un caffe’ in mano e ci chiede : “Cosa state facendo?”..”Discutevamo sugli sviluppi del caso Stamina, del ruolo dei media e delle varie interpretazioni dell’ opinione pubblica”, rispondo, ma lui completamente sovrappensiero abbassa lo sguardo si volta e ritorna nel suo camerino senza dire una parola. Poche immagini mi hanno colpito in quel modo, ma in forse quello e’ il suo naturale stato di concentrazione prima della trasmissione.

Appena prima della diretta ci ritroviamo davanti al distributore del caffe, con Gaetano, Liza Boschin, e un Gigi Marzullo piu’ basso del previsto, uomo estremamente curioso. Riccardo passa col copione in mano e il volto imbiancato dal trucco, li me ne esco con un “Prrronti!” piuttosto impertinente,sicuramente sopra le righe, ma niente, anche li resta impassibile e prosegue verso lo studio quasi come un condannato al patibolo,mentre Liza lo segue in silenzio nervoso, sicuramente per via dei dati che dovra’ snocciolare di li a poco, piu’ o meno a memoria.

Raccontare Gaetano significa invece raccontare la storia, quella tra la vecchia e la nuova Rai. Gaetano e’ l’ uomo che sta dietro ai post, ai tweet e a tutte quelle anticipazioni , riassunti, link e aggiornamenti delle pagine e dei vari profili dei programmi come Presa Diretta, Ballaro’, I Dieci comandamenti, Geo & Geo, e non solo..ovviamente si occupa anche dei siti internet. Il suo e’ un lavoro importantissimo, in questa nuova era di comunicazione digitale lui e’ l’ anello di collegamento tra la tv e il web. Ha una grandissima responsabilita’. Adesso dopo averlo conosciuto non mi chiedo piu’ come ci riesca. E’ una forza della natura, ha un cervello che gira talmente veloce cosi’ com’e’ -anche lui- bombardato da impulsi cerebrali, dati, ricordi ed emozioni che a volte fa fatica lui stesso a parlarne. Per quanto mi riguarda non dovro’ aspettare qualche anno per ricordare che lui, insieme alla redazione di Presa Diretta stava per fare la storia della comunicazione. Per chi sa osservare, per chi e’ stato attento, e’ gia’ successo.

Qualche settimana fa durante una puntata in cui si parlava del tesoro della mafia, in studio era ospite Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA). Per presentare Gratteri in due parole potremmo dire che si tratta dell’ uomo che ha raccontato al mondo la potenza della ‘Ndrangheta calabrese, disegnando in uno dei suoi preziosi libri l’ albero genealogico delle varie ‘ndrine in Italia e in giro per il mondo. Nel corso dell’ intervista in studio Iacona offre al magistrato la possibilita’di spiegare quali sarebbero per lui le misure da adottare per aggredire la mafia e il suo patrimonio economico, la risposta sara’ cosi’ convincente che il conduttore rivolge al magistrato questa domanda: “ Ma se le proponessero di diventare ministro della giustizia, lei accetterebbe?..”e Gratteri risponde: “ “se avessi la certezza di poter fare le cose che ho detto e che servono, accetterei. Da questa risposta nasce l’ hashtag #gratterinuovoministrogiustizia, lanciato proprio da Gaetano su twitter, un hashtag che diventa talmente popolare da ispirare una petizione online. In poche ore il neo presidente del consiglio Matteo Renzi , il figlio degli hashtag, l’ uomo che sulla comunicazione a mezzo social ha costruito la sua scalata a palazzo Chigi, decide di proporre al giudice calabrese il ministero della giustizia.

Il resto della storia purtroppo lo conosciamo un po’ tutti, il procuratore antimafia passera’ da Papa a cardinale in un attimo. Alcuni, di solito tra i piu’ attenti scriveranno che quel giorno a fermare questa piccola rivoluzione, ancora una volta fu la mano di Nonno Jo.

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ètn, “Cafe’ La Bouche” 16/03/2014.

Date for your diary – Wall to Wall, Street Art Exhibition – 22 March – 26 April 2014

Originally posted on The London Perspective:

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When I  received the press release about this I was so excited. All my favourite street artists in one exhibition! Wall to Wall’ is Hang-Up Gallery’s upcoming exhibition and it will feature work from some of the world’s leading street artists, including: Banksy, KAWS, Faile, Swoon, Futura, Matt Small, Shepard Fairey, David Choe and Ben Eine.  It will also feature an exciting installation by italian artist RUN.

ben-eine-excitingThe main gallery space will recreate the organised chaos of a street artist’s studio to intensify the viewing experience. Expect to see paint splattered walls, empty spray paint cans, collage material cuttings and tools of the craft transporting the viewer deep into the creative process of how and where art is made.

For more information please visit: http://hanguppictures.com/exhibition/banksy-faile-wall-to-wall-exhibition

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contrario all’ omologazione del pensiero, alle decisioni prese in fretta senza dare risalto alla difesa degli “inquisiti”, alle ricostruzioni parziali e inesatte come quelle che arrivano da Palermo, e ai tribunali dove la voce degli uomini piu’ illustri conta piu’ di quella delle minoranze. 
Contrario ad una logica verticistica che tradisce gli ideali ai quali ci si ispira e che rischia di trasformare un’ idea di movimento in un partito autoritario dove la ragione viene sostituita dalla rabbia. 
contrario all’ utilizzo di metafore di tipo militare, soprattutto se la strategia non tiene conto dei rischi futuri.
Il dissenso e’ il sale della democrazia, chi ha buoni argomenti non lo teme, non ha paura di confrontarsi e non si impegna per allontanarlo impostando ragionamenti intellettualmente scorretti.

voto contrario.

p.s. Non tutti i giornali finiscono nella spazzatura in 24 ore.

Naomi Klein : “La scienza ci invita alla rivolta”

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Nel dicembre del 2012, il ricercatore Brad Wemer è riuscito a farsi notare in una folla di 24.000 scienziati al meeting autunnale della American Geophysical Union  di San Francisco. Quest’anno vi hanno partecipato diverse celebrità del settore e non: da Ed Stone, membro del Nasa Voyager project, al regista James Cameron il quale ha esposto al pubblico le sue esperienze a bordo di sommergibili.  Ma a far più clamore è stato propriol’intervento di Wemer dal titolo: La terra è f*****a? Ha parlato di confini, perturbazioni, sprechi con l’obiettivo di spiegare che il capitalismo globale ha reso lo sfruttamento delle risorse così rapido, così economico e quindi senza controlli che il sistema terrestre e quello umano sono diventati pericolosamente instabili.
In questo schema distruttivo tuttavia, c’è una variabile che Wemer ha nominato “resistenza”, ovvero movimenti o gruppi di persone che adottano un certo tipo di comportamento il quale confligge con la cultura capitalista. Azioni ambientaliste, proteste, sabotaggi, blocchi messi in atto da popolazioni locali, lavoratori e altri gruppi di attivisti; tutti gruppi che si pongono al di fuori della cultura dominante.
Solitamente in questo tipo di riunioni scientifiche con una certa autorevolezza e serietà, non c’è spazio per politicizzazioni o per riferimenti a resistenze di massa come ha fatto Wemer, ma d’altra parte questo non era il suo intento. In realtà Wemer ha solamente osservato che le sollevazioni popolari rappresentano la più efficace fonte di frizione per rallentare una macchina economica che è andata completamente fuori strada. Come sappiamo, nel passato diversi movimenti sociali “hanno avuto un’enorme influenza sul modo in cui la cultura dominante si è evoluta”, ha spiegato Wemer. Dunque, “se pensiamo al futuro del pianeta, e al futuro del nostro legame con l’ambiente, dobbiamo includere le resistenze come parte delle dinamiche”.E questa, ha ribadito Wemer, non è una questione di opinioni ma un “reale problema geofisico”. Molti scienziati sono stati spinti dai risultati delle loro ricerche a riversarsi nelle piazze. Fisici, Astronomi, dottori e biologi hanno combattuto in prima linea in movimenti che si battevano per eliminare le armi nucleari, le contaminazioni chimiche, le guerre e il creazionismo. Nel Novembre 2012 la rivista Nature ha pubblicato un editoriale del banchiere e filantropo ambientalista Jeremy Grantham, il quale incitava gli scienziati a unirsi a questa tradizione fino “ad essere arrestati se necessario” perché il cambiamento climatico “non è solo una crisi che riguarda le nostre vite, ma riguarda l’esistenza della nostra intera specie”. Alcuni scienziati non hanno bisogno di essere convinti come dimostrano James Hensen, padrino della moderna climatologia arrestato svariate volte o come il famoso glaciologo Jason Box, arrestato insieme a me durante la protesta fuori dalla Casa Bianca contro gli oleodotti della Keystone XL, dove mi disse: “Il rispetto per me stesso dipendeva da questa protesta”.
Questo è lodevole ma quello che Wemer sta facendo con il suo lavoro è diverso. Con la sua ricerca non vuole eliminare una politica in particolare ma vuole mostrare come il nostro intero paradigma economico sia una minaccia per la stabilità ecologica; e sfidare questo paradigma, attraverso la pressione dei movimenti di massa, è la migliore opportunità per l’umanità di evitare una catastrofe. Non è il solo a pensarla così. Wemer fa parte di un piccolo ma sempre più influente gruppo di scienziati le cui ricerche sulla destabilizzazione dei sistemi naturali, particolarmente di quello climatico, li sta portando a conclusioni rivoluzionarie.
Kevin Anderson, il vice direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research, una delle più importanti istituzioni di ricerca sui cambiamenti climatici della Gran Bretagna; ha pazientemente spiegato per svariati decenni a politici ed economisti le implicazioni della scienza climatica. In modo chiaro e comprensibile, haspiegato loro la necessità di ridurre le emissioni e di mantenere la temperatura globale sotto i 2°C; obiettivi che non a caso troviamo nei programmi di molti governi. Tuttavia, negli ultimi anni le ricerche di Anderson sono diventate più allarmanti: infatti, ha rilevato come le possibilità di rimanere in certe temperature soglia per mantenere un livello di sicurezza, stanno diminuendo velocemente. Questo perché, spiega Anderson insieme alla collega Alice Bows, abbiamo perso troppo tempo a causa dello stallo della politica e di politiche climatiche troppo deboli. L’obiettivo nel 1990 per il 2050 di una riduzione delle emissioni dell’80%, è stato scelto puramente per ragioni politiche e non ha nessun fondamento scientifico. Questo perché gli impatti climatici non dipendono solamente da quello che emettiamo oggi e domani, ma da emissioni che si accumulano nell’atmosfera con il tempo.
Aggirano dunque il problema stabilendo obiettivi con scadenze in futuri remoti, creando il rischio di lasciare che le nostre emissioni si liberino per decenni, ponendoci  nel futuro in una situazione irrimediabile. Infatti, gli stati industrializzati dovrebbero tagliare le loro emissioni di gas del 10% all’anno e da subito, se si vuole rispettare l’obiettivo di una temperatura globale massima di 2°C. Anderson e Bows si spingono oltre. Hanno concluso che questo obiettivo non potrà mai essere raggiunto nemmeno con le soluzioni green-tech tanto sostenute dai verdi. Aiutano di certo, ma non sono abbastanza. Inoltre, anche solo il taglio dell’ 1% annuo  delle emissioni “è stato storicamente associato a una recessione economica o a un periodo di instabilità”, come ha analizzato l’economista Nicholas Stern nel suo report del 2006 per il governo inglese. Solamente nel caso del crollo di Wall Street del 1929 le emissioni degli USA sono effettivamente diminuite più del 10% annuo e per più di un anno, come rileva il Carbon Dioxide Information Analysis Centre, ma quella è stata la peggiore crisi economica dell’età moderna. Tuttavia, in altri casi come il crollo dell’URSS o la crisi economica del 2008, le osservazioni di Stern non trovano riscontro; anzi proprio dal 2008 le emissioni di CO2 di Cina e India per esempio sono aumentate in maniera rilevante.
Il problema è che il nostro sistema economico si basa solo sull’interesse a far crescere il PIL senza preoccuparsi di nient’altro, senza considerare le conseguenze umanitarie o ecologiche anche a causa della classe politica neoliberale che ha totalmente abdicato alle proprie responsabilità.
In un saggio apparso nel 2012 nella rinomata rivista scientifica Nature Climate Change, Anderson e Bows si sono lanciati in quella che è sembrata una sfida aperta ai loro colleghi scienziati che hanno fallito nel loro compito di esporre come questi cambiamenti climatici sconvolgano effettivamente l’umanità. Nelle loro parole:
… gli scienziati riguardo ciò che concerne le emissioni di gas, hanno ripetutamente e gravemente minimizzato le implicazioni delle loro analisi (…) tutto per appagare il dio dell’economia (o più precisamente la finanza). Come testimoniano le ingenuità di alcune teorie sullo sfruttamento di infrastrutture a basso consumo di carbonio o sull’importanza della grande ingegneria. Ancor più grave è che mentre i budget per il contenimento delle emissioni si riducono, anche la geo ingegneria si impegna sempre di più ad assecondare i diktat economici. 
In altre parole, per apparire ragionevoli di fronte ai circoli economici neo liberali, gli scienziati hanno drammaticamente annacquato le implicazioni delle loro ricerche. Nell’Agosto 2013 Anderson è stato ancora più chiaro, scrivendo: “Forse all’epoca dell’Earth Summit del 1992, o perfino all’ombra del nuovo millennio, la soglia stabilita dei 2°C avrebbe potuto essere raggiunta se le egemonie economiche e politiche avessero apportato al loro interno cambiamenti significativi. Oggi nel 2013, con paesi (post-) industrializzati che producono maggiori emissioni, le prospettive sono molto diverse. Il nostro continuo e comune sperpero ha dissolto ogni opportunità di raggiungere l’obiettivo dei 2°C mentre era possibile in precedenza”.
Probabilmente non dovremmo essere sorpresi se alcuni climatologi siano un po’ spaventati dalle implicazioni radicali delle loro stesse ricerche. La maggior parte di loro stava tranquillamente facendo il proprio lavoro misurando la profondità dei ghiacci, elaborando modelli climatici globali e studiando l’acidificazione degli oceani, per poi scoprire, come ha osservato l’autore ed esperto climatologo Clive Hamilton, che “stavano inconsciamente destabilizzando l’ordine politico e sociale”. 
Ma ci sono moltissime persone che sono perfettamente consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza climatica a cominciare dai governi. Controllate cosa sta succedendo in Canada, dove io vivo. Il governo conservatore di Stepehen Harper ha fatto un ottimo lavoro nell’imbavagliare gli scienziati chiudendo progetti di ricerca eccessivamente critici portando nel Luglio 2012, un paio di migliaia di scienziati e sostenitori a protestare di fronte al Parlamento ad Ottawa al grido di: “Nessuna scienza, nessuna prova, nessuna verità”.  
Ma la verità sta emergendo comunque. Il fatto che la solita ricerca di profitti e crescita stia destabilizzando la vita sulla terra non è più qualcosa che dobbiamo leggere in riviste specializzate. I primi segnali si tanno palesando di fronte a noi e sempre più rispondono a tono: i blocchi delle attività di fratturazione idraulica (comunemente conosciute come ‘fracking’) a Balcombe nel Sussex, le interferenze per impedire le trivellazioni nelle acque Russe (con costi personali elevatissimi) e innumerevoli altri atti di resistenza anche minori. È proprio questa la frizione necessaria per rallentare destabilizzanti che aveva individuato Wemer. Non è una rivoluzione ma è un inizio e potrebbe permetterci di acquistare tempo per individuare un modo di vivere su questo pianeta che sia decisamente meno f*****o.
Naomi Klein 10/02/2014 The New Stateman (Traduzione di Ludovica Morselli)  << l’ Antidiplomatico.it.
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NAOMI KLEIN è una giornalista, editorialista per New York Times e il # 1 best-seller internazionale, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism . Pubblicato in tutto il mondo nel 2007, The Shock Doctrine è in corso di pubblicazione in 30 lingue e ha più di un milione di copie in stampa. The Shock Doctrine e’ stato definito come, “L’unico libro degli ultimi anni nel campo dell’editoria americana che vale la pena di descrivere come una lettura obbligata.” Il primo libro di Naomi Klein No Logo, che  prendeva di mira l’ arroganza dei grandi marchi è diventato un bestseller internazionale, tradotto in oltre 25 lingue, con oltre un milione di copie in stampa.The New York Times l’ ha definito “una bibbia del movimento.” Nel 2011, Time Magazine l’ ha nominato come uno dei Top 100 libri di saggistica pubblicati dal 1923. Nel decimo anniversario l’ edizione di No Logo è stata pubblicata in tutto il mondo (2009). The Literary Review of Canada l’ ha nominato come uno dei cento libri più importanti della storia canadese.Recinzioni e Windows: Dispacci dalle prime linee del dibattito sulla globalizzazione è stato pubblicato nel 2002. Nel 2007, e’ uscito un cortometraggio di The Shock Doctrine , creato da Alfonso Cuaron, acclamato regista di Children of Men che ha fatto parte della selezione ufficiale alla Biennale di Venezia, a San Sebastien e al Toronto International Film Festival. The Shock Doctrine e’ stato anche adattato come documentario dal pluripremiato regista Michael Winterbottom,  in anteprima al Sundance Film Festival nel 2010. Nel 2004, Naomi Klein ha scritto The Take , un documentario sulle fabbriche occupate Argentina co-prodotto con il regista Avi Lewis. Il film è stato selezione ufficiale alla Biennale di Venezia e ha vinto il Miglior Documentario Premio della Giuria al Film Festival l’American Film Institute di Los Angeles. Naomi Klein è  redattore per Harper e reporter per Rolling Stone , e scrive in una rubrica fissa per The Nation e The Guardian. Nel 2004, la sua segnalazione dall’Iraq per Harper ha vinto il James Aronson Award per la giustizia sociale giornalismo. Inoltre, i suoi scritti sono apparsi sul New York Times, The Washington Post, Newsweek, The Los Angeles Times, The Globe and Mail, El Pais, L’Espresso e The New Statesman , tra molte altre pubblicazioni. Naomi è un membro del consiglio di amministrazione di 350.org, un movimento di base globale per risolvere la crisi climatica. Puffin Foundation Writing Fellow presso l’Istituto Nazione ed ex Miliband Fellow presso la London School of Economics. Ha conseguito un dottorato onorario di Leggi Civili presso l’Università di College del re, Nova Scotia. Attualmente è al lavoro su un nuovo libro e il film su come la crisi climatica può stimolare la trasformazione economica e politica.

Twitter: NaomiAKlein

#FRESHIES

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.. un pezzo sul razzismo e le nuove forme di xenofobia in territorio inglese, approfondirne cause dello scontro, modalita’ di sviluppo e il ruolo della cumunicazione digitale, perche’ no, magari tornando anche sul nuovo regolamento, quello che dovrebbe migliorare e favorire questo passaggio culturale evitando di imbavagliare il dissenso.

Per questo lavoro avevo i riscontri oggettivi a livello di cronaca locale, oltre ad alcuni buoni contatti, e sulla base di una buona scorta informativa maturata dopo circa un mese di raccolta avrei potuto stendere il mio articolo, inviarlo e proporre il titolo dedicandolo proprio a loro, i piccoli “Freshies”.

Il fatto di cronaca, punto di partenza per iniziare ad approfondire la questione me lo offriva un episodio sconcertante del quale ero stato testimone oculare la notte del 24 dicembre scorso, la brutale aggressione ai danni di una trentina di adolescenti neri organizzata e messa in atto da una delle tante gangs di ragazzi bianchi, nella periferia londinese di Abbey Wood, alle spalle dell’ omonima stazione del Southband National Rail. Quella sera tornando a casa avevo incontrato alcuni di questi allegri ragazzi proprio fuori l’ edificio che ospita gli eventi culturali della comunita’ di origine caraibica, si festeggiava – manco a dirlo- a ritmo di Mento, Calypso e Reggae music. Difficilmente immaginavano come sarebbe andata a finire quella serata.

Dopo qualche ora, dalla enorme finestra sul parco di Panfield Road, dopo aver sentito delle urla che credevo riconducibili a normali schiamazzi tra amici vidi dei piccoli delinquenti invasati irrompere sulla scena con l’ intenzione di aggredire fisicamente questi ragazzini, colpevo di mantenere viva l’ allegria nonostante secoli di sottomissioni. Il raid razzista, evidentemente premeditato, venne portato a compimento con una modalita’ piuttosto cruda. In mezzo alle diverse vidi arrivare un paio di autovetture, dalle quali scesero i rinforzi armati di bottiglie di birra piene di veleno, lo stesso veleno riempito dalle bili dei loro padri spirituali. Scena finale di un percorso ideologico ottuso e malato che caratterizza purtroppo una parte sempre piu’ rilevante del tessuto urbano e della sottocultura di alcune periferie europee.

Quella subcultura sulla quale una parte della politica attraverso la disinformazione sta soffiando sopra in questi anni di crisi economica e morale, provocata proprio da una banda di carnefici, interpreti arroganti, teste di legno della finanza mondiale, quella stessa finanza che ha distrutto il concetto di economia favorendo politiche basate sulla supremazia e sulla paure del diverso, impoverendo la societa’ con strumenti di distrazione di massa nuovi e nuove forme di controllo sociale. In pochi paesi si sfugge a questa deriva, ed e’ un peccato che spesso in queste categorie finiscano per la superficialita’ degli osservatori anche quei progetti, partiti e movimenti che di base avrebbero da esprimere idee nuove, voglia di cambiamento. Un disagio sociale che purtroppo in alcuni casi non viene compreso per mancanza di strumenti, ma che nelle frange piu’ estreme e ideologizzate trova sfogo nelle piazze, negli stadi, o nei cubicoli dei quartieri degradati costruiti come gabbie narcotiche, perfette per poter sperimentare nuove forme di controllo sulla razza umana.

Come avro’ modo di apprendere successivamente, grazie al contributo di una fonte del Metropolitan Police, questi episodi nella maggior parte dei casi non vengono neanche denunciati dalle vittime. Si tratta, come lei sostiene in effetti di fenomeni sociali da sempre esistiti, mai veramente sconfitti che si ripetono in maniera altalenante e con risvolti piu’ o meno documentati dalla stampa internazionale. Non sfugge alla Storia, tuttavia, e non potrebbe essere andata in modo differente, quello che accadde anni fa nei giorni della battaglia di Brixton, quando il governo inglese seguendo gli ordini della Sig.ra Thatcher decise di utilizzare il pugno di ferro contro i “riottosi” neri.

E’ cosi che nelle ultime settimane ho avuto modo di raccogliere i resoconti di organizzazioni autorevoli come NSPCC, Show Racism The Red Card e soprattutto grazie ai report di ChildLine e’ stato possibile approfondire quello che oggi risulta essere un focus piuttosto importante per la societa’ inglese, basti pensare che solo nell’ anno appena trascorso 1400 bambini si sono rivolti all’ associazione per segnalare episodi di aggressione verbale avvenuti all’ interno delle scuole, caratterizzati dall’ uso di epiteti discriminanti, neologismi presi in prestito dai social, o comunque da un linguaggio adulto che difficilmente appartiene farebbe riferimento al loro vocabolario . Nei racconti che ho avuto modo di leggere si passa dal sempre in voga “tornatene a casa tua”, magari in mezzo ai beduini, nei confronti di quindicenni di origine asiatica, al piu’ attuale “Sei una terrorista!”, spesso condito da insulti legati ai tratti somatici delle vittime. Piu’ di tutti, ad incuriosirmi e’ l’ origine di alcuni neologismi e il modo in cui entrano nel comune linguaggio dei bambini termini quali “freshies” ( immigrante che indossa ancora i vestiti del paese) o l’ evoluzione piuttosto discussa tella parola “islamofobia”…

Tutto cio’ accade a Londra, da sempre considerata come una delle capitali mondiali del multiculturalismo, mi pareva un campanello d’ allarme da non sottovalutare, ecco. Difficile far finta di non riconoscere i responsabili di queste derive umane, di un certo disagio che sembra trasformare alcuni essseri umani in polli da combattimento, alcuni dei quali giustamente pompati da ormoni e anfetamine in quelle che difficilmente potremmo definire come palestre della vita.

James Kingett del progetto “Show Racism the Red Card” dichiara che dietro ad alcuni di questi fenomeni si nasconda proprio quella pervasiva retorica degli adulti alla quale facevamo riferimento, organizzazioni come la “English Defence League”, legata alla destra estrema ha avuto gioco facile nel cavalcare un certo malcontento, indottrinando i ragazzi -alcuni dei quali di origini africane o asiatiche- su forme di attivismo piuttosto deprecabili, producendo come effetto quello di generare instabilita’ e odio nella societa’, e creando quell’ incultura di cui parlava proprio qualche mese fa un noto esponente della Chiesa Cattolica, quella persona che almeno nel linguaggio e nei suoi primi passi sembra voler contribuire in maniera positiva ad una maggior civilizzazione e umanizzazione della specie.

..Per discutere del ruolo dei social network nella comunicazione tra i minorenni o per parlare del fatto che proprio pochi giorni fa la polizia ha arrestato due cittadini condannati in seguito a 12 e 8 settimane(oltre ad una ammenda di 800 sterline); il caso riguarda l’ attivista femminista Caroline Criedo Perez e le minacce anonime subite via Twitter.In base al nuovo regolamento sulla comunicazione digitale la Corte inglese ha stabilito che proprio in questo caso le minacce, proprio perche’anonime costituissero un limite alla possibilita’ della signora Perez di continuare la sua attivita’, e la sua vita, in maniera serena. Questo nuovo aspetto, tra l’ altro, influisce molto sul lavoro dellla polizia, in particolare di quegli agenti che si occupano di prevenzione, analisi e monitoraggio da fonti aperte, e in questo caso possiamo riconoscere che il parlamento inglese non ha fatto mancare assistenza economica e normativa utile ad affrontare con approccio piu’ moderno questa nuova fase, e chi sa se anche in questo caso l’ esempio inglese verra’ adottato dagli altri paesi europei , ad esempio dall’ Italia dove resiste ancora una parte rilevante della popolazione a malapena alfabetizzata, ma comunque in grado di interagire con la Rete per mezzo del turpiloquio, del linguaggio spesso offensivo, e in alcuni casi anche minaccioso.

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ètn
5/02/2014 “Platform Terrace”, Hackney.