Peru’, sangue sulle elezioni.

lima

PERU’ – Lima 06/10/2014. Sono  da poco passate le 8 del mattino quando la signora Huainillo viene a sapere che suo marito Sergio, membro delle forze dell’ordine, è stato ucciso nel corso di un’imboscata.

Assassinio di matrice terrorista. Si erano sentiti per telefono alle 10 di sera, quando Sergio l’avvertiva che stava aspettando il cambio; di li a poco sarebbe partito per tornare a casa.  Invece non è più tornato. E così sua moglie Vittoria resta sola con i suoi due figli, Hector (14) e Marco (11).

Un paio d’ore prima della terribile notizia, alle 5:45, nella valle  del Rio Apurimac Evre Y Mantaro (Vraem), un convoglio di agenti  delle Operazioni Speciali Antidroga, viene attaccato. Gli uomini del convoglio sono armati di fucili AKM e guidati dal comandante Orlando Ramos Lima; il convoglio, composto da  28 agenti distribuiti su 4 veicoli, a 10 km dall’arrivo, sulla carretera che collega Machente a Tutumbaru, nella regione di Ayacucho (tra Lima e Cuzco) sta trasportando materiale elettorale, quando improvvisamente il primo veicolo viene bersagliato da colpi provenienti dalla selva. L’imboscata avviene in un tratto di strada estremamente difficile da sorvegliare, impossibile avvistare cecchini appostati e uomini pronti all’assalto.

A dare la notizia è un comunicato della Policia Nacional del Perù (PNP), che informava di come gli agenti partiti dalla base di Machente fossero rimasti coinvolti in uno scontro a fuoco con una “colonna di guerriglieri”.

Il bilancio delle vittime, fornito direttamente dal comando riporta di  2 sottufficiali rimasti uccisi, LuisVasquez Diaz e Sergio Mendoza Hallas, morti durante il trasporto all’ospedale di S.Francisco. Cinque i feriti, tra i quali lo stesso comandante Ramos.

Proprio un paio di giorni prima nella zona erano comparsi volantini con su scritto: “Non votare alle elezioni” e nel testo del messaggio l’appello a riorganizzare la «guerra popolare contro il regime di Humala, lacchè degli imperialisti». Torna alla mente un episodio analogo piuttosto significativo, il 17 maggio del 1980, quando Sendero Luminoso assalta a sempre un carico di materiale elettorale dichiarando guerra allo stato peruviano.

Proprio ieri si è chiusa la campagna elettorale dei municipi. È importante spendere due parole perchè nella capitale – da dove scrivo – e’ stata combattuta in maniera asfissiante, a colpi di dossier, aperture di inchieste per reati di corruzione, riciclaggio, o spese ingiustificate. Di tutto. Più di un candidato, ma non a Lima, è stato sbattuto sui giornali con l’accusa di voler solamente rappresentare gli interessi del narcotraffico all’interno della politica.

“Ruba ma fai le opere. Vota il meno peggio”, questo è il leitmotiv e disinteresse e rassegnazione stanno diventando sentimenti diffusi. Non un centimetro della città è stato risparmiato dalla propaganda elettorale, alcuni prati sono completamente infilzati dai paletti di questi ecomostri di cartone che cercano di svettare uno sull’altro. Sporgono anche sulla strada perennemente bloccata dal traffico rumoroso e strombazzante. Anche qui il populismo si fa sentire, la sicurezza, le facce dei bambini quelle dei poveri ai quali molti promettono cure affettuose. Altri si rivolgono alla nuova città, quella che guarda al business e alle tante idee da mettere in cantiere. “Lima, la città degli imprenditori”. Eh già, 10 milioni, tutti imprenditori!

A Barranco, quartiere bohemienne della capitale sono comparse le pubblicità dei cartelli elettorali persino al posto delle insegne dei negozi, prestate con entusiasmo manifesto dai proprietari che non hanno fatto mancare i propri auguri scritti a caratteri cubitali. Qualcuno di loro sospettosamente di buon umore nonostante il negozio vuoto.

Delle elezioni torneremo a parlare in seguito, come potremo raccontare meglio dei vari candidati minacciati  a suon di pallottole. Torniamo ai 2 agenti morti. Pedro Yaranga, analista peruviano citato dal quotidiano Correo, ricorda che il fatto si è svolto in uno dei territori più pericolosi al momento in Perù, da  qui passa buona parte della cocaina, e in proprio in questa porzione di selva gli ultimi guerriglieri di Sendero Luminoso si sarebbero rintanati. Per Yaranga dietro l’imboscata c’è Jorge Quispe Palomino, meglio conosciuto come “Comandante Raul”. Il leader di SL avrebbe portato a compimento l’attentato avvalendosi del proprio braccio armato, il gruppo sovversivo “Antonio”. Ruben Vargas altro addetto ai lavori ne ha parlato definendolo un colpo mediatico riuscito a ridosso delle elezioni. Si è cercato in maniera violenta di voler trasmettere un’immagine e uno stato d’animo indomito nonostante gli arresti e l’eliminazione fisica lo scorso anno di altri due elementi di spicco come “Alipio” e “Gabriel” ( Alejandro Borda Casafranca e Martin Quispe Palomino, fratello di “Raul”).

A Twitter è affidato il pensiero di dolore e indignazione del primo ministro Ana Jara: «Attacco narcoterrorista. Rendiamo onore al loro nome esercitando il nostro diritto questa domenica 5 ottobre: eleggere ed essere eletti. Il Perù non permetterà il sabotaggio della democrazia».

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Intervistare Assange

Originally posted on ilNichilista:

Ho intervistato Julian Assange, oggi. Al telefono, via Skype, dopo aver ricaricato un credito che credevo di avere già e invece non c’era. Ha risposto lui, quando ho chiamato. Non è andata come ad altri, che hanno dovuto passare per un intermediario. Ha risposto, con una voce bassa, tremula, rotta da colpi di tosse e con la mente palesemente impegnata su altro, come con me stesse ripetendo delle formule mandate a memoria, automatizzate, che non impegnano più la sfera cosciente. Aspettavo di intervistarlo da anni, da quando nel 2010 volevo farne il corpo di un libro su di lui. Ma non è stato affatto come l’avevo immaginato. Forse non lo è mai, con gli eventi degni di menzione della propria vita. Pensavo sarei stato emozionato, e invece ero assorto, annoiato quasi. Pensavo a un timore reverenziale, e invece non ne ho avuto. Ho provato molta compassione, invece, e questo non…

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Perù, carbone e cocaina

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PERU’ – Trujillo 02/09/2014. Dopo le ingenti misure di sicurezza disposte per il trasporto aereo dal Ministro degli Interni Daniel Urresti Elera che ha lavorato in questi ultimi giorni con gli organi di polizia regionale di Lima, del distretto di Callao e con gli uomini della Dirección Tránsito y Seguridad Vial, sono stati illustrati presso la base dello “Squadrone Verde” i dettagli dell’ “Operazione Carbonero”, il più grande sequestro di cocaina mai registrato nella storia del Perù. Si tratta infatti di 7,6 tonnellate di cocaina pura, ma la cifra sembrerebbe destinata a salire fino a 10 tonnellate. Lo ha riferito in conferenza stampa il gen. Vicente Romero, della polizia antinarcotici.

Il valore dello stupefacente nel continente europeo sarebbe stimato in 337 mln di euro, contro i 9 mln del prezzo di acquisto sul mercato peruviano di Trujillo, dove la cocaina viene venduta per circa 1200 dollari al kilo.
La droga era nascosta all’ interno di un carico contenente rocce di carbone, distrutte in seguito dagli agenti dell’antinarcotici che hanno avuto un bel da fare per estrarla dalle rocce. In seguito si è provveduto a trasferirla su un aereo militare atterrato alle 8:45 a.m. di ieri mattina (ora locale) all’aeroporto Jorge Chavez di Lima. Il governo peruviano attraverso una nota emessa dall’ Oficina de Comunicaciòn Social del Ministero degli Interni riferisce che l’operazione di polizia è stata eseguita in un deposito di Valdivia Baja, Huanchaco (Trujillo) a 585 km dalla capitale. L’ intervento secondo gli investigatori avrebbe inferto un duro colpo al narcotraffico internazionale nel suo legame con i cartelli messicani. Nei pressi della fabbrica-deposito sono stati redatti 1745 verbali, si è provveduto al sequestro di 27 veicoli ad uso privato, sono stati recuperati 15 veicoli rubati, e denunciate 29 persone altamente positive all’etilometro. Sedici le unità impegnate nella gestione del traffico locale. Disarticolate 8 bande criminali per un totale di 113 arresti e 60 indagati, tra i quali si registra un caso di corruzione di funzionari pubblici. L’operazione si è svolta sotto il coordinamento del direttore generale della polizia nazionale, il gen. Jorge Flores Goigochea. Tra gli arrestati sei peruviani e due messicani, tra i quali Lee Rodriguez Torres conosciuto come “El Duro”, presunto affiliato all’ organizzazione criminale del cartello della Sinaloa, con mansioni di rappresentante nella zona di Huanchaco. Secondo alcuni calcoli degli uomini della Divisiòn de Investigaciones Especiales de la Direcciòn Antidrogas (Divinesp), l’organizzazione avrebbe gestito traffici di cocaina per 20 tonnellate negli ultimi 4 anni, organizzando almeno 25 spedizioni. In merito a queste numerose rimesse, purtroppo, al momento non si dispone di ulteriori notizie.
Le indagini che hanno portato alla conclusione dell’ “Operazione Carbonero” sono iniziate nel novembre del 2013, dopo che la polizia aveva scoperto a Trujillo un carico di pietre di carbone dentro le quali si nascondevano 141 kg di polvere bianca. A quel punto la Direcciòn Antidrogas coadiuvata proprio dalla DIE mette sotto osservazione tutte le esportazioni delle compagnie “Carboniferas Alfa & Omega” e “Betas Andinas de Perù”, società costituite rispettivamente il 26 di marzo del 2011 e 26 settembre 2012 a Trujillo. Dall’ analisi approfondita dei dati delle due aziende verrà osservato come l’ acquisto e il traffico verso Spagna e Belgio di carichi di pietre di carbone fosse cresciuto in maniera esponenziale arrivando al numero sospetto di almeno tre spedizioni al mese, di pari passo con il fatturato in crescendo delle due società, mentre il capitale inizialmente investito per la costituzione di queste imprese, che acquisteranno numerosi mezzi pesanti in breve tempo, appare piuttosto esiguo. Dalle intercettazioni telefoniche a carico di Nancy e Carlos Altamirano Flores e di Luis Tinta Jara e Nestòr Herrera Villanueva è stato possibile tracciare oltre ai loro profili anche l’ origine dei capitali, ma soprattutto i collegamenti con i rappresentanti del cartello della Sinaloa che verificavano personalmente, attraverso la figura de “El Duro” il ciclo di esportazione dello stupefacente verso i paesi europei. L’ operazione è stata condotta utilizzando, come avviene negli ultimi anni per le indagini internazionali la tecnica della “remesa controlada” (spedizione controllata) che permette alla droga di uscire dal proprio territorio verso uno o più paesi, sempre con la supervisione delle autorità del paese di destinazione, in maniera da poter identificare e ricostruire la rete dei trafficanti. Questi ultimi, sul versante dei produttori, potevano contare su cinque depositi, situati proprio nei pressi di Huanchaco. Dal primo deposito, al km 10 proprio della carretera Huanchaco la cocaina proveniente dalla valle dei fiumi Apurimac, Ene e Mantaro (Vraem), dove i narcoaeroplanini la prelevano al ritmo di 500 kg per ogni carico, veniva inizialmente stoccata passando poi per i depositi 2 e 3, da Chimù fino alla quadra 7 del Jiron Tupàc Amaru, nella zona di Villa del Mar. Qui le pietre di carbone venivano perforate per sistemarci dentro la droga e poi ricoperte con gli stessi frammenti di roccia incollati. L’ imballaggio verrà effettuato nei depositi 4 e 5 di Valdivia Baja, da li pronto per essere trasportato via mare dai porti di El Callao in Lima e da quello di Paita, a nord vicino al confine con l’ Ecuador. Destinazioni finali, stando alle parole del generale Romero sarebbero principalmente Spagna e Belgio. All’operazione avrebbe collaborato anche la Dea statunitense.
Intanto due giorni fa nel porto di Gioia Tauro, secondo l’emittente televisiva locale Reggio TV, i funzionari dell’ufficio antifrode dell’Agenzia delle Dogane hanno sequestrato un carico di 55 kg di cocaina purissima proveniente dal Perù. La droga è stata trovata all’interno di un container grazie ad un lavoro meticoloso di incroci documentali e controlli eseguiti con apparecchiature scanner.

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ètn per agccommunication.eu il 2/09/2014

Israele-Hamas

2 luglio 2014

Troppi particolari riguardanti l’ internazionale perdita di appeal nei confronti di Israele lasciano il campo a speculazioni, dubbi e perche’ no, alla paranoia. Campagne come BDS , considerata da Netanyahu una “minaccia strategica” o l’ iscrizione nella lista nera delle societa’ israeliane come Africa Israel Investments e Danya Cebus da parte del fondo sovrano norvegese, il piu’ importante al mondo, quello con un portafoglio di 629 mld di euro, ma anche il ritiro degli investimenti olandesi (Pggm) e l’ adozione dell’ American Studies Association di una risoluzione (febbraio) che di fatto porta alla rottura dei rapporti con le universita’ israeliane vanno ad aggiungersi al fallimento, o forse potremmo parlare di boicottaggio, l’ ennesimo, di quei negoziati che cercavano di restringere il raggio d’ azione degli abusi e dell’ arroganza del governo israeliano, che si ostina a rifiutare qualsiasi concessione, arretramento e demilitarizzazione nei territori del futuro Stato palestinese. Alain Gresh e Julien Salingue, con due bellissime pagine di giornalismo e analisi su ” Le Diplo”, nell’ edizione di giugno, quindi precedente al ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani ( ennesima vergogna e inquietante assassinio), a mio avviso, forniscono elementi utilissimi di riflessione e approfondimento che invito a prendere in considerazione a chiunque si interessi alla politica estera, magari anche per pura e semplice curiosita’. A questo proposito andrebbero valutati anche gli sviluppi mediatici del caso “SodaStream”, la sospensione di alcune forniture di sottomarini nucleari da parte della Germania, o il dibattito interno all’ Unione europea che starebbe pensando di mettere in atto alcune sanzioni nei confronti di Israele.

Intanto nel ghetto ebraico di Roma, In Via del Tempio, si abbassano le serrande per un ora in segno di lutto. La Trattoria di Giggetto, il negozio di Franco e Cristina e il Centro di Cultura ebraica vi lasciano appeso un volantino con la faccia dei tre ragazzi uccisi e l’ hashtag,‪#‎justice4ourboys‬ (Eyal Yifrah, 19 anni, Gil-Ad Shayer e Naftali Yaakov Frenkel , entrambi sedicenni).
Nel messaggio in cui esprimono il loro sentimento di lutto c’e’ gia’ anche la sentenza: la firma degli assassini e’ quella di Hamas, lo diceva ieri sera anche il TG1.

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La lettera di Manning dalla prigione militare

FORT LEAVENWORTH, Kan — Quando ho scelto di divulgare informazioni classificate nel 2010, l’ho fatto per amore verso il mio paese e senso del dovere nei confronti di tutti gli altri. Ora sto scontando una pena di 35 anni in carcere per queste divulgazioni non autorizzate.Capisco che le mie azioni possano aver violato la legge.

Tuttavia, le preoccupazioni che mi hanno motivato non sono state affatto risolte. L’Iraq e’ sull’ orlo della guerra civile mentre l’America pensa a un nuovo intervento, e proprio quel lavoro incompiuto dovrebbe dare nuova urgenza alla domanda su come i militari degli Stati Uniti controllano la copertura mediatica dalla sua lunga partecipazione in Afghanistan. Credo che gli attuali limiti sulla liberta’ di stampa e l’ eccessiva segretezza del governo rendano impossibile per gli americani cogliere appieno ciò che sta accadendo nelle guerre che noi finanziamo.

Sul flusso di notizie relative alle elezioni di marzo del 2010 in Iraq, si potrebbe ricordare che la stampa americana è stata inondata con storie che raccontavano il successo delle elezioni con aneddoti ottimisti e fotografie di donne irachene che mostravano con orgoglio le dita macchiate di inchiostro. Il senso del racconto era che gli apparati militari degli Stati Uniti erano riusciti a creare un Iraq stabile e democratico.

Quelli che come me erano in Iraq rimanevano profondamente consapevoli di come la realtà fosse ben più complicata.

Relazioni diplomatiche e militari arrivavano sulla mia scrivania con i dettagli delle brutali repressioni contro i dissidenti politici da parte del ministero iracheno e della polizia federale agli ordini del primo ministro al-Maliki. I detenuti erano spesso torturati, o addirittura uccisi.
All’inizio di quell’anno, ho ricevuto l’ordine di indagare su 15 individui che la polizia federale aveva arrestato sospettandoli di produrre articoli di stampa caratterizzati da “letteratura anti-irachena.” Ho imparato che questi individui non avevano assolutamente legami con il terrorismo; la loro attivita’ divulgativa consisteva in una critica erudita dell’ Amministrazione del Signor Maliki. Ho inoltrato questa constatazione all’ufficiale di comando a Baghdad orientale. Mi ha risposto che lui non ha bisogno di queste informazioni e che invece io dovrei aiutare la polizia federale a localizzare i posti esatti in cui si produce la stampa più “anti-irachena”.

Rimasi abbastanza colpito dalle complicità dei nostri militari nella corruzione di quelle elezioni, e anche da come i dettagli piu’ preoccupanti riuscirono a passare invisibili sotto il radar dei media americani (…)

Non era la prima e neanche l’ultima volta che mi sentivo costretto a mettere in discussione il modo in cui avevamo condotto la nostra missione in Iraq. Noi analisti di intelligence cosi come gli ufficiali ai quali facevamo riferimento, abbiamo avuto accesso naturalmente a una panoramica completa della guerra che pochi altri avevano. Come era possibile per i membri del Congresso americano commentare pubblicamente, o addirittura supportare il conflitto quando non conoscevano neanche la metà della storia?

Tra i tanti rapporti giornalieri che ricevevo via email, mentre lavoravo in Iraq nel 2009 e nel 2010 c’erano anche alcuni report provenienti dai briefing interni sulla missione americana in Iraq. Uno dei miei compiti abituali era di fornire sintesi leggere dal comando di Baghdad orientale, fornendo descrizioni di ogni materia trattata completando l’analisi con attivita’ di intelligence locale.

Più mi occupavo di questi confronti giornalieri tra la notizie che arrivavano negli Stati Uniti e i report militari e diplomatici di cui mi occupavo in quanto analista, piu’ mi rendevo conto di quanto fossero in contrasto con le solide sfumatature dei briefing che avevamo creato sul terreno. Le notizie disponibili al pubblico venivano inondate di semplificazioni e speculazioni nebulose.

Un indizio su questa disgiunzione giaceva nei report di affari pubblici. Nella parte superiore di ogni briefing era scritto il numero di giornalisti embedded connessi all’unità militare americana di riferimento presso la relativa zona di combattimento. In tutta la mia attivita’ non ho mai visto quella lista andare sopra il 12. In altre parole, in tutto l’ Iraq, che comprendeva 117.000 truppe degli Stati Uniti e 31 milioni di persone, non più di una dozzina di giornalisti americani coprivano le operazioni militari.

Il processo di limitazione dell’accesso di stampa in un conflitto inizia quando un reporter si applica per incorporare quello stato (embedded, ndr). Tutti i giornalisti vengono scrupolosamente controllati dai funzionari militari. Questo sistema è tutt’altro che imparziale. Non sorprende il fatto che i giornalisti che avevano piu’ rapporti con i militari avessero maggiori probabilita’ di accesso.

Meno nota è la storia dei giornalisti che i contractors militari sceglievano sulla base dei loro trascorsi e le relative segnalazioni, considerandoli in grado di produrre copertura”favorevole”. Questo privilegio comprendeva il voto assegnato a ciascun richiedente accredito e veniva utilizzato per escludere quelli giudicati in grado di produrre copertura critica.

I reporters che riuscivano ad ottenere lo status di embedded in Iraq erano poi obbligati a firmare un accordo di “regole mediatiche”. Alcuni funzionari dell’esercito hanno dichiarato che questo serviva a garantire la sicurezza delle operazioni, bisogna dire pero’ che questo sistema gli permetteva di confezionare i report interni senza prevedere nessuna replica.

Ci sono stati numerosi casi di reporter sospesi a causa di segnalazioni critiche. Nel 2010, al giornalista di Rolling Stone Michael Hastings e’ stato ritirato l’ accredito dopo una segnalazione dell’amministrazione Obama da parte del generale Stanley A. McChrystal e del suo staff in Afghanistan. Un portavoce del Pentagono dichiaro’ in quella circostanza che ” Essere embedded e’ un privilegio e non un diritto”.

Se un giornalista viene escluso da questo stato di appartenenza finisce nella lista nera. Questo programma che limita l’accesso alla stampa è stato contestato in tribunale nel 2013 da un reporter freelance, Wayne Anderson, che sosteneva di aver sempre rispettato le regole quando venne estromesso dalla sua attivita’ in seguito alla pubblicazione di report negativi sul conflitto in Afghanistan. La sentenza sul suo caso ha confermato la posizione dei militari e cioe’che non esiste protezione costituzionalmente garantita per rivendicare il diritto di essere un giornalista embedded.

Il programma reporter embedded, che continua in Afghanistan e dovunque gli Stati Uniti inviano le proprie truppe, e’ stato profondamente segnato, e si e’ sviluppato sulla base dell’esperienza vissuta durante la guerra in Vietnam dove la copertura mediatica era in grado di incidere spostando di molto il giudizio dell’ opinione pubblica.
I “controllori ai varchi” hanno troppo potere i giornalisti temono naturalmente che i loro accrediti vengano ritirati, così tendono ad evitare le segnalazioni critiche che potrebbero far alzare bandiere rosse.

Il programma esistente crea competizione tra i giornalisti per l’ “accesso speciale” a questioni vitali della politica estera e interna. Tutto cio’ spesso rende la persona che dovra’ decidere molto lusingata.
Il risultato è che l’accesso del pubblico americano ai fatti è inesistente, questo non lascia loro alcun modo per valutare la condotta dei funzionari americani.

I giornalisti hanno un ruolo importante nel chiedere le riforme necessarie. Il grado di “favorito” in base alle precedenti esperienze non dovrebbe costituire un fattore. La trasparenza dovrebbe essere garantita da un corpo esterno.Una Commissione indipendente composta da membri del personale militare, veterani, civili del Pentagono e giornalisti potrebbero bilanciare la necessità del pubblico di accedere alle informazioni con l’esigenza di mantenere la sicurezza operativa.

I giornalisti dovrebbero avere accesso tempestivo alle informazioni. I militari potrebbero fare molto di più per consentire la rapida declassificazione delle informazioni che non mettono a repentaglio le missioni militari. Significative relazioni di attività militari ( Significant Activity Reports) ad esempio, possono fornire una panoramica veloce di eventi come gli attacchi e le vittime. Spesso vengono classificati per impostazione predefinita, questo potrebbe aiutare i giornalisti a riferire i fatti con piu’ precisione.

Sondaggi di opinione indicano che la fiducia degli americani nei loro eletti ga raggiunti un record negativo. Migliorare l’accesso dei media a questo aspetto cruciale della nostra vita nazionale — dove l’America ha impegnato gli uomini e le donne delle sue forze armate— sarebbe un grande passo verso il ristabilimento della fiducia tra gli elettori e i funzionari.
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Chelsea Manning
traduzione a cura di e

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Guantanamo: Il Congresso critica Obama

 

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QATAR – Doha. 03/06/14. L’Arabian Business ha pubblicato un articolo in cui ha commentato la questione e il ruolo del Qatar nel rilascio dei 5 prigionieri detenuti a Guantanamo in cambio del rilascio del soldato americano.

Dopo aver giocato un ruolo critico nella scambio di prigionieri che ha permesso di liberare l’ultimo soldato americano tenuto prigioniero in Afghanistan, il Qatar affronta un nuovo esame da parte degli Stati Uniti, ovvero se intende o meno imporre restrizioni sui cinque combattenti talebani liberati.

Le preoccupazioni sul ruolo dell’emirato del Golfo come ponte tra Washington e il mondo dell’Islam radicale sono state espresse da funzionari dell’intelligence americana e consulenti del Congresso. Ma la Casa Bianca dice di aver ricevuto assicurazioni «molto specifiche» dal Qatar sulle condizioni in cui verranno tenuti sotto controllo i cinque Afghani per le quali è convenuto accettare.

«Ho poca fiducia nelle garanzie di sicurezza per quanto riguarda il movimento e le attività dei leader talebani ora sbloccati e ho ancora meno fiducia nella volontà di questa amministrazione per garantire che siano applicate», ha detto Mike Rogers, presidente repubblicano della commissione Servizi Segreti della Camera.

Il sergente Bowe Bergdahl, 28, è stato rilasciato sabato scorso dopo essere stato trattenuto per cinque anni dai talebani, in cambio di cinque prigionieri detenuti nel carcere militare statunitense di Guantanamo Bay, a Cuba. Gli uomini, inclusi l’ex vice ministro della Difesa talebano Mohammad Fazl.

I cinque rilasciati, ora si trovano ad affrontare un divieto di viaggio di un anno in Qatar, secondo i funzionari degli Stati Uniti e del Qatar.

Due funzionari Usa hanno detto che il Dipartimento di Stato e le agenzie di intelligence statunitensi hanno espresso scetticismo in passato circa l’impegno di Qatar a vigilare militanti immesse in loro custodia. «Da quando abbiamo scoperto questi trasferimenti, i membri del Congresso hanno avuto serie preoccupazioni sulla base di valutazioni di intelligence e performance passate del Qatar», ha detto un investigatore del Congresso che non era autorizzato a commentare pubblicamente sulla questione.

Le preoccupazioni del Dipartimento di Stato circa la supervisione del Qatar di militanti liberati sono stati dettagliati in un report diplomatico del febbraio 2009 da parte dell’ambasciata americana a Doha, capitale del Qatar, citando il caso di Jarallah al- Marri, un ex detenuto di Guantanamo rilasciato al Qatar nel luglio 2008.

Nel report l’ambasciata degli Stati Uniti ha criticato il Qatar per non aver seguito nei fatti le promesse fatte su Bar Al Marri di lasciare il Qatar, sottolineando che in realtà questi ha fatto due viaggi in Gran Bretagna dopo il suo rilascio da Guantanamo, e che durante la sua seconda visita, all’inizio del 2009, le autorità britanniche lo arrestarono.

L’ambasciata del Qatar a Washington si è rifiutato di rispondere a una richiesta sul dettaglio delle assicurazioni “precise” sulle restrizioni che i cinque talebani rilasciati aseguiranno. La Casa Bianca ha difeso la sua decisione di liberare i detenuti talebani in Qatar. Spiegando che la politica del governo degli Stati Uniti proibisce negoziati diretti con i terroristi. Per evitare accuse di farlo, il presidente Barack Obama ha chiesto di mediare attraverso il Qatar. Le trattative sono state fatte in Qatar dove sono arrivati i leader talebani a partire dal 2010.

Tra gli oggetti della trattativa anche il divieto dei talebani di rilasciare dichiarazioni.

 

<< Antonio Albanese, advisory council member presso ECIPS – European Centre for Information Policy and Security. Editor in chief presso AGC Communication